Ma esiste musica di destra e musica di sinistra?

Recentemente abbiamo assistito ad uno dei fenomeni cinematografici del momento, Checco Zalone, al secolo Luca Medici, protagonista di film che incarnano alla perfezione pregi e difetti dell’italiano medio, un po’ come aveva fatto in altri tempi Alberto Sordi.

Ma nell’Italia dei Guelfi e dei Ghibellini, di chi stava per Mazzola e chi invece per Rivera, e di chi voleva Riccardo Muti in contrasto (ma chissà poi perché) con Claudio Abbado, la grande domanda che tutti si sono fatti è: ma Zalone è di destra o di sinistra?

Impossibile rispondere e, giustamente, il diretto interessato glissa, non volendo deludere nessuno, perché, diciamolo pure, a lui non può né deve interessare il credo politico dei suoi spettatori, né a questi dovrebbe interessare se il bravo attore comico pugliese sia di destra o di sinistra.

Voi non ci crederete, ma anche con la musica, in teoria un’arte universale, si cerca di catalogare musicisti e brani secondo i criteri della politica e si scatenano in alcuni salotti delle vere e proprie accese discussioni non solo sull’appartenenza ideologica di Lucio Battisti e Claudio Baglioni, ad esempio, ma addirittura su quella possibile di Mozart e Beethoven, Bach e Schubert, vale a dire di musicisti che sono vissuti in un’epoca in cui destra e sinistra erano solo indicazioni stradali per le carrozze.

Emblematico il caso di Richard Wagner, additato come un precursore del Nazismo, quindi per alcuni, di estrema destra che più destra non si può, per il suo comprovato antisemitismo e perché ammirato a dismisura da Adolf Hitler in persona, che si dice apprezzasse in particolar modo il Parsifal per i suoi riferimenti ante litteram al Nazionalsocialismo, fondato solo molto tempo dopo.

Chiarissimo il caso di Luigi Nono, che, iscritto dal 1952 al Partito Comunista, negli anni Sessanta dichiarò apertamente: “Per me personalmente fare musica è intervenire nella vita contemporanea, nella situazione contemporanea, nella lotta contemporanea di classe, secondo una scelta che io ho fatto; quindi, contribuire ad una forma di quella che Gramsci chiamava l’egemonia culturale, cioè diffusione, propagazione di idee della lotta di classe”.

Vero è che Nono fu solito musicare dei testi che, in moltissimi casi, avevano, fin nello stesso titolo, un chiaro orientamento politico e che sgombravano il campo da possibili dubbi, come il dittico “Non consumiamo Marx” (1969).

Sfido però chiunque a definire di sinistra altri suoi brani puramente strumentali, senza quindi un testo che renda esplicite le intenzioni del compositore.

Del resto, qualcuno ha fatto notare che nella celebre aria di Gluck “Che farò senza Euridice”, cantata da un Orfeo affranto per la morte dell’amata, potremmo sostituire il verso con “Che farò con Euridice” senza per questo che la musica debba subire alcuna variazione, perché è solo il testo che caratterizza lo stato d’animo del personaggio e la musica, in fondo, è del tutto relativa, paradossalmente proprio perché universale.

Gli stessi corali di Bach che veicolano testi sacri erano in realtà delle canzoni popolari con parole assolutamente profane: questo tipo di operazione, molto comune all’epoca, era detta “travestimento musicale”.

Luigi Nono era particolarmente severo con la “musica popolare” (anche quella dei cantautori che oggi definiamo d’autore), ritenendo evidentemente che solo la musica scritta da lui e da quelli che condividevano la sua estetica fosse colta ed impegnata, quindi degna di essere ascoltata.

In fondo questo era anche l’atteggiamento di Pierre Boulez, amico di Nono: nella scuola di musica di Darmstadt, che doveva essere un’occasione per gli allievi di far rappresentare le loro opere scritte appositamente durante i corsi,  Boulez, particolarmente influente nella sua organizzazione fra il 1950 ed il 1960, emarginò di fatto quei compositori che non utilizzavano la tecnica seriale per la creazione dei loro brani, attirandosi non poche antipatie da parte degli artisti che si sentirono rifiutati e tagliati fuori.

A voi giudicare se questo atteggiamento sia di destra o di sinistra…

Certamente, come ho già più volte notato nei miei interventi passati, esiste una corrente di compositori contemporanei che vorrebbe imporre un pensiero unico a cui tutti dovrebbero uniformarsi, pena l’emarginazione e l’esilio culturale, mentre personalmente credo nella libertà d’espressione e nel rispetto di ogni tipo di musicalità.

Quello che però non posso esimermi dal notare, è che, curiosamente, spesso proprio gli intellettuali che, a parole, predicano apertura mentale e tolleranza, poi assumano atteggiamenti scostanti e di pretesa quanto immotivata superiorità nell’indicare quella che, secondo loro, dovrebbe essere l’unica strada da percorrere.

Ma non vorrei proprio ripetermi, visto che ho toccato questo argomento più volte.

Tornando alla nostra analisi della politica in musica, Ennio Morricone, nel 2007, ha partecipato alle primarie del Partito Democratico come candidato in una lista che sosteneva Walter Veltroni, ma dalle sue partiture veramente non trovo conferma delle sue idee politiche, ascolto solo della musica universale che tutti possono amare ed apprezzare e che non è né di destra né di sinistra.

Del resto ideologizzare la musica sarebbe un errore imperdonabile.

Il musicista ha tutti i diritti di avere le sue opinioni, ma, quando si trova sul palcoscenico, suona, dirige, o canta per tutti, ma proprio per tutti: davanti al pubblico è padrone di portare avanti le sue battaglie, quando sono universali, come quella lodevolissima contro la fame nel mondo di Bono degli U2,  ma non dovrebbe, a mio avviso, contaminare la propria arte prendendo posizioni nette a favore di questo o di quel politico, come purtroppo alcuni fanno, alienandosi (o forse conquistandosi, a seconda dei casi)  molte simpatie.

L’arte è universale, promuove i valori del Bene e combatte contro il Male assoluto, indipendentemente da qualunque parte provenga.

Le strumentalizzazioni sono sempre negative, soprattutto nella musica, costruita proprio sull’equilibrio e sulla misura, e, se i testi possono evocare in qualche modo o anche esplicitamente, delle ideologie, la musica, in sé, è assolutamente universale.

Per questo non sono interessato alla fede politica degli artisti, perché per loro parlano le loro creazioni e solo quelle.

Difficile collocare Mozart a sinistra solo perché nelle Nozze di Figaro si critica ferocemente la nobiltà del tempo e si possono trovare i presupposti della Rivoluzione Francese che scoppierà di lì a poco, o a destra, per avere a più riprese, nel suo Epistolario, difeso la necessità di usare la lingua tedesca all’opera e non solo l’italiano, avvertendo la necessità, ancor prima di Wagner, della creazione di una vera e propria opera nazionale tedesca, che troverà nel Flauto Magico un mirabile esemplare.

Impossibile dire se Haydn sarebbe potuto essere di destra, vista la sua fedeltà quasi da aziendalista verso la famiglia Esterházy, o di sinistra, dopo avere scritto la Sinfonia degli Addii, la prima protesta in musica verso il “padrone” (lo stesso Esterházy), “reo” di avere tenuto per troppo tempo i musicisti lontani dalle loro famiglie (ne abbiamo parlato qualche settimana fa).

Il resto, come diceva Shakespeare, è silenzio. Ed è bene che sia interrotto dalla musica. E solo da quella.

3 commenti su “Ma esiste musica di destra e musica di sinistra?

  1. Apprezzare la musica e l’arte secondo una intrinseca ideologia di Destra o di Sinistra, credo sia una colossale baggianata. Da Omero a Walt Withman, dalla musica sacra medievale alle composizioni dodecafoniche e alle musiche pop e alle canzoni dei cantautori, in cui il testo ha anche una valenza di poesia (come in Leonard Cohen o Francesco Guccini) il giudizio estetico si poggia non sul contenuto ma sulla bellezza. L’arte deve commuovere, non trasmettere contenuti di Destra o di Sinistra. Nell’ ascoltare la musica di Luigi Nono (premetto che non sono un esperto di musica in generale, casomai di letteratura) non ho ravvisato nessun sentimento di coscienza o di rivolta delle masse che un tempo la Sinistra definiva proletarie. Semmai la musica di Nono è la traduzione in note di certi scritti kafkiani, o del quotidiano assurdo di Beckett. Sarebbe la colonna musicale ideale per certi film distopici come 1984; in ogni caso di un mondo distrutto da un asteroide o dalla pazzia dei governanti, in cui gli individui vagano senza speranza.
    Insomma la teoria di una musica ideologizzata non produce né arte, ne una coscienza pronta alla rivolta.
    Ciò che ci conforma alla reazione o alla rivoluzione non è neanche la pittura o la letteratura, piuttosto la filosofia, la sociologia e altri scritti di Storia e Politica. Gli scritti di Gramsci sono ancora attuali poiché la struttura intellettiva su cui poggiava la critica marxista è ancora alla base di una società in cui il capitalismo si è evoluto in un secondo braccio diabolico: quello di un sistema finanziario che controlla l’economia e la politica.

  2. Non finisco mai di imparare leggendo le riflessioni del Maestro e amico Stefano Burbi. La distinzione che fa tra il musicista e la musica è fondamentale per comprendere il limite della persona e l’universalità del messaggio. Potrei aggiungere che ciò che conta è che sia della bella musica, a prescindere che il compositore sia di destra o di sinistra.
    Oltretutto, oggi che non ha più senso distinguere tra destra, centro e sinistra, perché sono venute meno le specificità ideologiche e valoriali, possiamo più facilmente concentrarci sulla musica, distinguendola tra bella e brutta musica, a prescindere dal suo compositore.
    Magdi Cristiano Allam

  3. Pienamente d’accordo col Maestro Stefano- La Musica in quanto tale ed universale, non deve avere padroni ne’ schiavi, ma allietare e commuovere l’Uomo ,dargli la sua dimensione piu’ profonda,fisica e metafisica, strumento d’espressione di tutti e non strumentalizzabile da nessuno. Deve rimanere quello che e’ :alternarsi di suoni,vibrazioni e silenzi che penetrano l’anima e ci avvicinano al divino, secondo i ritmi del cuore.
    Grazie Maestro per il doveroso ricordare la verita’ della musica,

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