L’aria è impregnata di lavanda e ciclamino.
(Josif Brodskij)

Ai capricci incantati del vento
Ed agli stagni lasciati fra le dune dorate
Dall’azzurro mare del Rodano
Ho affidato il sapore tenue
Della lavanda in fiore
Il profumo del sogno di un tempo
Il tramonto bruciato fra le mura di Aigues Mortes
Al cavaliere della crociata lontana e luminosa
Alle navi solenni e festose del rito antico della terra promessa
Ho domandato il perché della corsa dei tori
Delle narici umide e stanche della collera
E ho dipinto coi fenicotteri rosati
Il volo lungo degli angeli gitani
Lo sguardo tenero della
Nostra Signora dei Sabbioni
La fortezza del porto
Ancora alta sulle lame saracene
E i fiori eterni della marina
La torre guarda l’orizzonte altera
Attraverso arcate solenni i penitenti bianchi
Salutano i cavalli liberi di Camargue
Gli sparti duri figli della sabbia
Nella nebbia umida del mattino
Disegnano gli archi slanciati
Con il galoppo dei guardiani verso la ferrata
La salamoia fra i canneti del sole
E i giardini scintillanti e discreti
Accarezzano le onde increspate della laguna
Di giorno si aspetta la settima luna
La festa della coccarda
Il sibilo del cigno elegante e solitario
E l’ultimo dolce sospiro d’addio
Dei colori tersi
E dell’afa dell’estate

Il Cattolicissimo Re Luigi IX fece costruire Aigues-Mortes perché aveva bisogno di uno sbocco sul Mediterraneo per organizzare una crociata in Palestina e non aveva alcuna intenzione di usare il porto di Marsiglia, allora terra straniera. Fino a quel momento gli unici ad aver accettato di vivere in questa zona della Provenza erano i salinai, i pescatori e i benedettini dell’Abbazia di Psalmodi. Per convincere i cittadini a vivere in questo postaccio fatto solo di acquitrini, stagni, paludi e zanzare, il Re offre esenzione fiscale e altri privilegi, quindi fa erigere da zero una cittadina fortificata con l’invitante nome di Aigues-Morte.

( Fonte: https://www.10cose.it/provenza/aigues-mortes-provenza )

Questa rubrica “Sciaveri di tregua” desidera istituzionalizzare la registrazione costante dei pochi ma intensi momenti di riflessione che mi vengono suggeriti in tempo reale in parte dall’osservazione e dalla traduzione poetica di immagini particolari con cui la realtà si manifesta e in parte dalla immancabile dose di esperienza specifica che l’età matura può aggiungere a questa attenta osservazione.

È abbastanza incredibile quanto sia in questo contesto assai prezioso, soprattutto dal punto di vista spirituale, l’affinamento che a questa osservazione si affianca nell’intento di popolare di piccole ma vitali suggestioni le esigue pause spirituali che, con forzata parsimonia, la realtà odierna nella sua corsa ci riserva.

Ho riscoperto il prezioso quanto dimenticato lemma “sciàveri ” per dare un nome a questi momenti, a queste osservazioni e a questi intensi ritagli di esistenza , definendo il termine “tregua” , dal sapore combattivo e guerresco, proprio per stigmatizzare la sconcertante sofferenza del corpo e dello spirito in questa quotidiana “tenzone” che tutti dobbiamo affrontare nel contesto della convivenza sociale e nel caos di questa corsa ad ostacoli , densa di episodi di “fatica” in un mondo in cui la realtà presenta fenomeni di effettive sfide temporali e fisiche oltre a un continuo sopravvenire di istanze etiche e spirituali, materia di problematiche irrisolte, nonché di dubbi esistenziali di non poco conto.

Sciàveri di tregua” è quindi nato con l’ambizione di rappresentare un convinto, coerente e sentito invito a una sosta ferace dello spirito, intesa a lasciare a ciascuno la possibilità di riflettere intorno ai valori propri e intimi dell’esistenza , fatto non sempre concesso dalla realtà “accelerata” e nello stesso tempo “aumentata” dei nostri giorni.
Attraverso pensieri tradotti in sequenze armoniche di parole , qualche volta attraverso ritmi melodici ed onomatopeici in cui si mescolano elementi naturali primordiali e sottili rumori di sentimenti umani , ho cercato di incontrare opere di amici noti o sconosciuti e di invocare il loro aiuto, la loro complicità , per indugiare su qualche immagine di questa turbinosa avventura del vivere gli anni del terzo millennio, in una gara senza pause, senza respiro e “apparentemente” senza alcun segno di pietà per chi rimane relegato a una vana attesa sul ciglio spesso tristemente disadorno e inospitale della strada.
Da artigiano della parola ho scambiato impressioni con solerti artigiani del suono, dei colori e dell’immagine (pittori, scultori , musicisti e fotografi) per scoprire quegli stimoli creativi condivisi che facilitano una risposta corale a una serie di interrogativi comuni alle varie “discipline artistiche”, cioè comuni all’interpretazione della realtà”.

Qualche volta ci siamo insieme domandati dove si voglia arrivare attraverso questa amabile scorciatoia con cui si tende a volere a tutti i costi eliminare le tregue, accelerare la corsa, bruciare tutte le tappe, comprese quelle più solenni e rituali come gli archetipi più sacri e celebrati dalla tradizione della vita e della morte. Qualche altra ci siamo soffermati sui valori tradizionali della nostra esistenza con attenzione e scrupolosa smania di descrivere i colori della realtà com’è o come vorremmo che venisse percepita attraverso il filtro della nostra mediazione spirituale, artistica ed umana.

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