Sento ancora
Risuonare fra il cielo e il silenzioso specchio dell’oceano
Echi di passi vagabondi
Illusione dei miei vent’anni
Una fila interminabile di pali
Scolpiti ad uno ad uno nell’anima
Mondi ignoti e lontani
Affacciati su tavole brune
Ancora pregne dei profumi del bosco
Figure sfumate di castelli incantati
Civiltà nascoste
Nello scrigno magico dei ricordi
Pareva non finire mai
Quel cammino insistente
Sospeso sul legno antico di ritmi uguali
Immobili testimoni del tempo
Aliti indifferenti di vento
Burrasche improvvise
Mormorio di palpiti d’onde
Fra i colori bruciati di quel lungo ponte
Come castagne d’autunno
Sulla strada solitaria del porto
Dietro le nuvole chiare della collina
Dolce e benigna madre dell’isola
Ho lasciato
Su quell’angolo di terra
Insieme all’ultima carezza del tramonto
Di un giorno lontano nella mente
Un poco di me
Della mia vita
Ho cominciato a tessere nel sogno
Quel tenue
Fugace
Filo di speranzaAd andarcene via
A fuggire a passi lenti dalle cantilene del paese
Svanire
Con gli occhi gonfi di lacrime
Dalle immagini della festa
Dai gesti di ogni giorno
Dal capitolo dell’amore adolescente
Dall’ebbrezza della miseria
Dallo scrigno dei sorrisi consueti
Dai compagni di scuola
Da quegli occhi che ti scrutavano da lontano
Dagli abbracci opprimenti del paesaggio
Da quel campanile
Slanciato
Superbo
Dai suoi rintocchi puntuali
Che parevano trafiggere l’anima
Cambiare il colore dei sogni
Stravolgere la trama del romanzo
Come scrittori impazziti
Ricominciare da capo
Dopo aver gettato nel torrente impetuoso dei sentimenti
Nell’amaro rito del commiato
I frammenti bruciati delle storie di un tempo
Girovagare poi vagabondi
Nelle strade di ignote città
Nuove mete
Stazioni affollate di gente frettolosa
Disperata
Impaziente
Giganti di ferraglia zeppi di variopinta solitudine
Mesti convogli della speranza
Pochi sorrisi
Cenni d’intesa mai ricambiati
Come fosse una lunga battaglia
Ignoti compagni del gioco solenne della vita
Valigie tenute insieme dalla calca
Cambiare maschera
Abiti smunti
Dimessi
Nell’arena dei giullari del mondo
Recitare copioni sconosciuti
Imparare nuove forme
Abbandonare la dolce espressione del dialetto della piana
Abbracciare le emozioni
Con suoni e odori diversi
Senza gli orizzonti del mare
Volentieri avrebbero rinunciato a questo viaggio
Di sola andata
Se qualcuno li avesse fermati
Qualche angelo nascosto avesse protetto quel loro povero nido
Qualche carezza in più
Invece quel buio mattino d’inverno
c’erano solo loro
Di soppiatto a lasciare la casa
Senza farsi vedere
Abbandonare quei profumi
Quei tetti rosso cupo in attesa dell’alba
La lunga salita alla canonica
Le botteghe ancora chiuse
La via della stazione
Quelle poche finestre accese
Disegnate sui muri della via
Come capanne del presepe
Gli altri parevano dormire
Incredibilmente tutti insieme
In una grande camerata buia
Spettatori muti dell’antica commedia del distacco
Gli sguardi sbarrati
Quasi ad attendere che se ne andassero
Come fanti alla guerra
Soli
Infreddoliti
Su quel treno scuro
A bucare la nebbia sottile della costa

“Quando uno lascia un paese, tutte le cose acquistano prima della partenza un valore straordinario di ricordo, e ci fanno pregustare la lontananza e la nostalgia.”
(Corrado Alvaro)

Foto di copertina: “Quando eravamo noi” dal web

Questa rubrica “Sciaveri di tregua” desidera istituzionalizzare la registrazione costante dei pochi ma intensi momenti di riflessione che mi vengono suggeriti in tempo reale in parte dall’osservazione e dalla traduzione poetica di immagini particolari con cui la realtà si manifesta e in parte dalla immancabile dose di esperienza specifica che l’età matura può aggiungere a questa attenta osservazione.

È abbastanza incredibile quanto sia in questo contesto assai prezioso, soprattutto dal punto di vista spirituale, l’affinamento che a questa osservazione si affianca nell’intento di popolare di piccole ma vitali suggestioni le esigue pause spirituali che, con forzata parsimonia, la realtà odierna nella sua corsa ci riserva.

Ho riscoperto il prezioso quanto dimenticato lemma “sciàveri ” per dare un nome a questi momenti, a queste osservazioni e a questi intensi ritagli di esistenza , definendo il termine “tregua” , dal sapore combattivo e guerresco, proprio per stigmatizzare la sconcertante sofferenza del corpo e dello spirito in questa quotidiana “tenzone” che tutti dobbiamo affrontare nel contesto della convivenza sociale e nel caos di questa corsa ad ostacoli , densa di episodi di “fatica” in un mondo in cui la realtà presenta fenomeni di effettive sfide temporali e fisiche oltre a un continuo sopravvenire di istanze etiche e spirituali, materia di problematiche irrisolte, nonché di dubbi esistenziali di non poco conto.

Sciàveri di tregua” è quindi nato con l’ambizione di rappresentare un convinto, coerente e sentito invito a una sosta ferace dello spirito, intesa a lasciare a ciascuno la possibilità di riflettere intorno ai valori propri e intimi dell’esistenza , fatto non sempre concesso dalla realtà “accelerata” e nello stesso tempo “aumentata” dei nostri giorni.
Attraverso pensieri tradotti in sequenze armoniche di parole , qualche volta attraverso ritmi melodici ed onomatopeici in cui si mescolano elementi naturali primordiali e sottili rumori di sentimenti umani , ho cercato di incontrare opere di amici noti o sconosciuti e di invocare il loro aiuto, la loro complicità , per indugiare su qualche immagine di questa turbinosa avventura del vivere gli anni del terzo millennio, in una gara senza pause, senza respiro e “apparentemente” senza alcun segno di pietà per chi rimane relegato a una vana attesa sul ciglio spesso tristemente disadorno e inospitale della strada.
Da artigiano della parola ho scambiato impressioni con solerti artigiani del suono, dei colori e dell’immagine (pittori, scultori , musicisti e fotografi) per scoprire quegli stimoli creativi condivisi che facilitano una risposta corale a una serie di interrogativi comuni alle varie “discipline artistiche”, cioè comuni all’interpretazione della realtà”.

Qualche volta ci siamo insieme domandati dove si voglia arrivare attraverso questa amabile scorciatoia con cui si tende a volere a tutti i costi eliminare le tregue, accelerare la corsa, bruciare tutte le tappe, comprese quelle più solenni e rituali come gli archetipi più sacri e celebrati dalla tradizione della vita e della morte. Qualche altra ci siamo soffermati sui valori tradizionali della nostra esistenza con attenzione e scrupolosa smania di descrivere i colori della realtà com’è o come vorremmo che venisse percepita attraverso il filtro della nostra mediazione spirituale, artistica ed umana.

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