Vi sarà certamente capitato di uscire da una sala cinematografica, con la certezza di avere guardato un buon film, e, magari, la mattina dopo, di leggere sul giornale che quella sceneggiatura era assurda ed incoerente e che quell’attore che avevate tanto ammirato, recitava come un cane. Secondo lui.

E forse vi sarà anche successo di uscire arrabbiati dal teatro con ancora nelle orecchie le note della vostra opera preferita che avete visto con una regia del tutto sconclusionata e di vedere che, il mattino dopo, il vostro quotidiano ha lodato il regista perché “visionario ed innovativo”.

Sempre secondo lui.

Già: lui. Ma chi è lui? Il critico, croce e delizia di ogni artista.

Esistono vari tipi di critica: quella d’arte, quella cinematografica, quella letteraria, quella teatrale, quella musicale.

Ed il critico musicale, per alcuni, forse un po’ maligni, altri non è che un musicista fallito che gode nello stroncare gli altrui talenti, per altri, invece, è un personaggio che esprime un’opinione vincolante e dal valore assoluto.

A proposito della critica, in generale, lo scrittore e filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson (1803-1882) diceva:

 “Fare a pezzi è il lavoro di chi non sa costruire”.

Ed il grande tenore Luciano Pavarotti puntava il dito proprio verso i critici musicali quando chiosava:

 “Chi sa fare la musica la fa, chi la sa fare meno la insegna, chi la sa fare ancora meno la organizza, chi la sa fare così così la critica”.
La parola “critico” deve la sua origine etimologica al verbo greco “krino”, “giudico”, per cui il termine stesso implica l’idea del giudizio, e quando si giudica, si ha sempre una grossa responsabilità…

Lo stesso pubblico, in fondo, è un critico, perché giudica, approvando con entusiastici applausi o esprimendo dissenso con ostentata freddezza o addirittura con clamorosi fischi: certo, sono lontani i tempi in cui spesso poteva succedere che un’opera, se non gradita, scatenasse dei veri e propri tumulti a teatro.

Oggi il pubblico è anche troppo educato e digerisce tutto, almeno apparentemente; spesso, però, il suo giudizio è difforme da quello della critica: alle loro prime apparizioni, i Beatles sembravano una meteora buoni a fare impazzire solo ragazzine adolescenti, secondo i critici.

Nessuno avrebbe mai scommesso che un giorno quegli stessi critici schizzinosi avrebbero dovuto riconoscere a quei quattro “capelloni” il loro grande contributo allo sviluppo della Storia della Musica (e non solo).

Ma cosa si chiede al critico musicale? Di esprimere il proprio giudizio? Di incoraggiare i suoi lettori ad assistere a questo o a quello spettacolo? Di dare saggi consigli all’interprete, rilevando quanto ha espresso di positivo senza magari mancare di sottolineare gli eventuali errori ed indicando quindi i margini di miglioramento?

Forse un po’ di tutte queste cose.

Purtroppo, al giorno d’oggi, pare che pochi eventi musicali sembrino degni di essere recensiti: le testate giornalistiche, a meno che non si tratti di riviste specializzate del settore,  mandano i loro critici solo se i concerti sono tenuti da personaggi arcinoti e difficilmente criticabili perché protetti da un’aurea mitica (non sempre motivata), per cui, comunque vada il concerto, nei resoconti giornalistici, questo deve essere certificato per forza come eccellente.

Il pubblico di oggi pare piuttosto essere guidato da altri “manovratori” attraverso operazioni di marketing che spesso hanno ben poco a che vedere con la qualità musicale: conta solo il nome per riempire una sala ed immancabilmente il successo è annunciato, anche se, in qualche caso, l’artista risulta non essere all’altezza della sua fama per varie ragioni, non ultima, l’impossibilità umana di mantenere per tutta la carriera un livello qualitativo di eccellenza.

Proprio per le sempre più rare recensioni presenti nei quotidiani, la figura del critico musicale va progressivamente scomparendo e con essa quell’apprensione dell’artista, che, prima, a qualche minuto dal concerto, faceva capolino dalle tende del sipario o dalle quinte, per vedere se la poltrona riservata al potente ed autorevole critico di turno era occupata oppure era rimasta vuota, e se, sulle pagine dei giornali del giorno dopo, poteva aspettarsi la certificazione del suo trionfo oppure il necrologio della sua carriera.

Oggi un artista – anche emergente – è spesso accolto solo dal silenzio, e non so se questo sia peggiore di una stroncatura: sì, perché, come diceva qualcuno, anche male, ma basta che se ne parli…

Se poi si leggono i commenti velenosi sulla rete che colpiscono alla cieca tutto e tutti, ogni artista rimpiange il severo ed accigliato critico di un tempo: almeno quest’ultimo era educato anche nello stroncare e, spesso, lo faceva a ragione veduta. Inoltre, per un artista, si trattava di affrontare un solo critico in un cavalleresco e leale duello, non centomila critici, nascosti dietro lo schermo di un computer, spesso sguaiati e beceri e facili dispensatori di giudizi taglienti e velenosi.

Probabilmente il consiglio più saggio ci viene da un aforisma di un Anonimo:

“Non preoccuparti della critica. Se non è vera, ignorala; se è ingiusta evita di irritarti; se è ignorante, sorridi; se è giustificata, impara da essa”.

Il problema è capire quale tipo di critica sia quella che ci viene mossa.

La devo ignorare? Non devo irritarmi? Devo sorridere? O devo forse imparare da essa?

Forse l’ultima è la risposta giusta. Comunque. Sempre che provenga dalla persona giusta.

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