Parole pesanti di Mario Draghi contro Meloni e Salvini: “La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati. È chiaro che negli ultimi anni la Russia ha effettuato un’opera sistematica di corruzione in tanti settori, dalla politica alla stampa, in Europa e negli Stati Uniti”. Poi esclude di tornare alla guida del Governo

La Repubblica, 17 settembre 2022 – Manca solo il nome, ma non serve un esperto in crittologia per decifrare il messaggio di Mario Draghi: “Lo sappiamo, c’è quello che ama i russi alla follia, vuole togliere le sanzioni e parla tutti i giorni di nascosto con loro… Ma la maggioranza degli italiani non lo fa e non vuole farlo”. Pochi minuti prima, il premier aveva detto: “Non sono d’accordo con Salvini quando attacca le sanzioni”. Tutto molto chiaro, insomma. Una mossa esplicita dell’ex banchiere nel cuore della campagna elettorale, un invito a scegliere: di qua gli amici di Putin e Orban, di là gli euroatlantisti. Il tutto, a ventiquattr’ore dalla telefonata con il segretario di Stato americano Antony Blinken. Ma la vera svolta del giorno è un’altra. Perché il vero obiettivo del presidente del Consiglio, dopo quasi un mese di silenzio, si chiama Giorgia Meloni.
È uno spartiacque traumatico nel rapporto con la candidata in pectore alla Presidenza del Consiglio. Un avvertimento politico a chi ha detto di voler spezzare l’asse franco-tedesco e ha ha scelto a Strasburgo di sostenere Viktor Orban: “Noi abbiamo una certa visione dell’Europa – replica quando gli chiedono del voto di Fratelli d’Italia all’Europarlamento a favore dell’Ungheria – e difendiamo lo stato di diritto. Siamo alleati alla Germania e alla Francia. Cosa farà il prossimo governo non lo so. Ma mi chiedo: uno come se li sceglie i partner? Certo, c’è una comunanza ideologica, ma anche sulla base dell’interesse degli italiani. Chi sono questi partner? Chi conta di più tra questi partner? Datevi voi le risposte”.
È il cuore della conferenza stampa. Molto si è scritto negli ultimi due mesi sul dialogo tra i due. Il problema è che qualcosa si è inceppato. La ragione? Draghi ha preso atto di una novità: la leader attacca Parigi e Berlino, promette che “è finita la pacchia” a Bruxelles, sposa le ragioni del fianco Est del Continente, abbraccia le battaglie di Orban. Non è certo con queste premesse che Meloni può spendere il nome di Draghi – come pare accada di frequente, assicurano ai vertici dell’esecutivo – nei numerosi colloqui privati di queste settimane. Ma c’è di più, forse di peggio. C’è il pubblico downgrading del rapporto: “Un canale speciale con lei? Sono i rapporti normali di uno che è stato presidente del Consiglio per un anno e sei mesi – dice l’ex banchiere – come con tutti i leader di maggioranza e opposizione”.

Se non è uno strappo, poco ci manca: dentro o fuori, con l’Europa o con i nemici dell’unità europea. E non è finita qui. Perché il premier contesta anche la posizione meloniana di mettere mano al Pnrr. “C’è poco da rivedere”, taglia corto. Come se non bastasse, sembra anche rivedere (forse anche ritirare) quel credito concesso nel discorso al Meeting di Rimini, quando con ottimismo aveva detto che l’Italia ce l’avrebbe fatta con qualunque governo. Tutti l’avevano interpretato con un endorsement a Meloni. Ancora d’accordo? “Non ho idea di quello che il voto produrrà, quindi le valutazioni potranno essere fatte dopo. Io ho fiducia negli italiani”. Come a dire: voteranno, e spero lo facciano tenendo conto dei pilastri fondamentali elencati dal premier.
Sembra liberato. Poco diplomatico. Quasi divertito nel mettere in fila amici e nemici del suo governo. E non si commetta l’errore di immaginare che tutto questo sia frutto di improvvisazione. Se il premier si sottopone a venti domande e novanta minuti di conferenza stampa, lo fa perché intende fissare alcune linee rosse. Nessuno si illuda, è il primo messaggio, che la penetrazione russa non ci sia o non pesi, indipendentemente dal fatto che la vicenda dei finanziamenti sembri congelata, in attesa di capire se e quando le informazioni secretate verranno declassificate. E così, dopo aver assicurato che al momento non ci sono leader italiani, Draghi aggiunge: “Però io vorrei aggiungere un’altra cosa… La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati. È chiaro che negli ultimi anni la Russia ha effettuato un’opera sistematica di corruzione in tanti settori, dalla politica alla stampa, in Europa e negli Stati Uniti”.

La conferenza stampa sarebbe sul nuovo decreto aiuti, ma Draghi sfiora la superficie della campagna elettorale, si tuffa, quindi riemerge un attimo prima dell’ultimo passo. Ad esempio, non offre sponda ufficiale alla proposta del terzo polo: “Disponibile a un bis? No”. Attacca Giuseppe Conte (pur senza nominarlo) per aver lodato la controffensiva ucraina dopo i dubbi sul sostegno militare: “Non si può votare l’invio delle armi all’Ucraina e poi dire non sono d’accordo. O, peggio, inorgoglirsi dell’avanzata ucraina dopo che si è stati contro l’invio delle armi. Si voleva che l’Ucraina si difendesse a mani nude? Forse sì”. Non si spinge però ad annunciare chi voterà: “C’è il segreto dell’urna”, sorride.
Ma è l’ultimo passaggio a racchiudere al meglio la scomunica a Salvini, le critiche feroci a Conte e l’affondo inedito contro Giorgia Meloni. Sembra un programma di quello che dovrebbe essere, di quanto teme che potrebbe invece accadere: “Nei rapporti internazionali occorre essere trasparenti. Ci vuole coerenza nelle posizioni, non capovolgimenti o giravolte. Questo fa il prestigio all’estero di un Paese. Senza, si indebolisce l’Italia”.

https://www.repubblica.it/politica/2022/09/17/news/piu_forti_dei_pupazzi_prezzolati_la_frusta_di_draghi_sui_sovranisti-366022427/amp/

2 commenti su “Parole pesanti di Mario Draghi contro Meloni e Salvini: “La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati. È chiaro che negli ultimi anni la Russia ha effettuato un’opera sistematica di corruzione in tanti settori, dalla politica alla stampa, in Europa e negli Stati Uniti”. Poi esclude di tornare alla guida del Governo

  1. Quando ho letto questo articolo mi sono indignata moltissimo. Poi, passato il momento di arrabbiatura, mi sono chiesta perché mi fossi tanto indignata. In fondo, mi sono detta, da un primo ministro che ha veicolato le peggiori bugie in diretta nazionale (vi ricordate del “non-ti-vaccini-muori- non-ti-vaccini-contagi-e-fai-morire?) è del tutto logico aspettarsi questo intervento a gamba tesa nella campagna elettorale. In fondo costui è sempre stato solo un esecutore di ordini, una sorta di amministratore delegato delle élites che vogliono governare il mondo e sostituirsi a Dio. Un vile affarista. Anzi, la definizione di “lacché d’alto bordo” mi pare più azzeccata.Quello che non mi pare di aver sentito è invece una replica degna di uno statista da parte di Meloni (se mi è sfuggito auspico che qualche amico della Casa della Civiltà mi corregga). Da Salvini una replica non me la aspetto comunque. Quello che mi ha francamente lasciato disgustata è invece l’aperta minaccia di Berlusconi quando ha detto che non avrebbe sostenuto alcun governo che non fosse filoerupeo e filoatlantista, anche in caso di vittoria del cdx.

    Se questo atteggiamento così aggressivo da parte di Draghi sia sintomatico del fatto che, come dice Euro Rossi, si sentono “alla frutta” non lo so.

    Probabilmente è vero.

    Mi auguro che i cittadini italiani non si facciano intimidire da questo vile affarista e da quei politici che lo hanno sostenuto e che stanno auspicando che torni.

  2. Il motivo per il quale “Il vile affarista” è entrato a gamba tesa in campagna elettorale contro il centro destra dimostra come questo burattino sia prone agli ordini che gli arrivano dai suoi padroni. Questi ultimi temono che l’affermazione da parte della Meloni e di Salvini di mantenimento dello status quo con le alleanze e la UE sia finalizzato a non spaventare ne l’elettorato ne loro. Comunque è sintomatico del fatto che sono “ alla frutta” percependo che le elezioni porteranno alla loro perdita del consenso da parte dei cittadini.

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