MARCELLO VENEZIANI: “Madre Vendola, moralista capovolto”

Era molesto il moralismo bacchettone delle vecchie zie e delle bigotte di una volta. Ma è insopportabile il moralismo delle nuove vecchie zie – mamme adottive grazie all’utero in affitto – che impartiscono lezioni morali, infliggono condanne, decidono censure a chi non la pensa e non vive come loro. E’ il caso di Nichi Vendola, apparso l’altro giorno in versione missionaria ai Caraibi nei soliti talk show della 7 a bacchettare “il plebeismo piccolo-borghese” che avrebbe preso piede col governo Meloni. Il suo predicozzo era rivolto innanzitutto a Ignazio La Russa, di cui chiedeva le dimissioni, naturalmente prima di appurare le ipotetiche responsabilità sue oltreché di suo figlio. Ma si estendeva a episodi, battute, intemperanze, peccati di parola, citazioni “sgarbate” e all’uso maldestro della parola da quando c’è la destra al governo. Gli episodi citati erano pretesti per una etno-censura ideologica.
Lo stile era quello delle vecchie zie bigotte di cui si diceva prima, ma la morale impartita era esattamente invertita: alla fine risulta immorale, agli occhi del nuovo presbitero dell’omo-religione, tutto ciò che fino a ieri era vita reale, senso comune, consuetudine storica e naturale. Ero lo stesso Vendola a dire che non voleva fare il moralista, per prevenire la netta percezione di chi lo ascoltava.
Conosco Nichi Vendola da quando era un ragazzo di Terlizzi, intratteniamo minimi ma civili rapporti, e pur agli antipodi del suo comunismo, lo considero una persona intelligente, sensibile, colta, animata in origine da una passione ideale. Confesso che lo preferivo comunista piuttosto che madre-coraggio dell’omoreligione, apostolo dell’infanzia e della maternità in affitto. E comunque non viene meno il rispetto, anche per i suoi affetti.
Trovo però allucinante che su quella scelta di vita, che non condivido affatto ma che rispetto, almeno fino a che non si abusa della vita altrui, si possa poi erigere un insopportabile moralismo, dando lezione agli altri, parlando da una posizione di superiorità. Traendo lo spunto da qualche parola greve, qualche giudizio affrettato, Vendola generalizza e delinea un’antropologia becera della gente di destra, come un’etnia protonazista e fascista.
Vorrei ricordargli che la realtà è esattamente invertita rispetto alla sua predica: non sta irrompendo una nuova, volgare protervia sessista e squadrista, favorita dall’avvento del governo Meloni, che viola la sua “morale” certificata come l’unica, sola, vera, degna morale. Ma perdura nella società quella visione della vita, della realtà, dei rapporti umani esattamente opposta alla sua che proviene dai nostri avi, le nostre famiglie, le nostre genti. Quel modo di essere, di vivere e pensare tramandato nel tempo, nutrito da una visione religiosa e dal senso comune, si chiama tradizione e forma nel bene e nel male la base della nostra civiltà. In quel grumo di riti, pratiche, pregiudizi, si annidano anche aspetti negativi, alcuni inaccettabili almeno ai nostri occhi; ma in quella civiltà, tra quei pregiudizi, fiorivano e in parte fioriscono modelli comunitari ed esempi di vita ammirevoli: dedizione alla famiglia, ai figli, ai vecchi e ai bambini, cura e premura, fede, rispetto e carità, spirito di comunità, senso del sacrificio, gioia di vivere insieme. C’era pure, è vero, un diffuso maschilismo patriarcale, un rifiuto dell’omosessualità e altre cose oggi inaccettabili. Magari in quella società uno come Vendola si sarebbe fatto prete…
Un conservatore non nasconde il lato b della società tradizionale, ma rispetta la civiltà e l’umanità da cui proviene e non solo perché onora la memoria storica e le generazioni che l’hanno preceduto, i suoi padri e le sue madri, ma perché ritiene che i pregi, le virtù, i legami di quel mondo fossero preferibili al cupio dissolvi della società nichilista, soggettivista, ego-omo-narcisista di cui è vescovo e matriarca Nichi Vendola. Meglio, di gran lunga, con tutti i suoi difetti, la morale tradizionale – magari aggiornata, rinnovata – che la società nichi/lista. Ora la società tradizionale e i conservatori che la difendono non possono essere ridotti alle caricature che ne fa Vendola.
Ciò detto, è legittimo che una parte della nostra società si riconosca invece nella predica e nella pratica di Vendola. La cultura e la politica dovrebbero essere i regni del confronto che prevede sia lo scontro, purché civile, sia l’incontro, cioè la mediazione.
Per essere rispettosi della realtà bisogna partire da ambo i versanti dall’umiltà di dire che nessuno ha la verità in tasca, non c’è da una parte il Bene assoluto e dall’altra il Male assoluto, viviamo in un mondo diviso; e valutando i pro e i contro, c’è chi si riconosce in una visione della vita e chi nell’altra, più infinite gradazioni intermedie.
Vendola, invece, come quasi tutti gli imam e i settari, ritiene di avere la verità nella sua testa e considera barbari, incivili, bestiali quelli che non si riconoscono nel suo nuovo catechismo. In altri tempi sarebbe stato un inquisitore, ne ha l’indole e la facondia. Applica lo stesso zelo fanatico alla sua causa e demonizza un diverso modo di vedere le cose e di stare al mondo. Per lui nulla contano secoli di civiltà con valori opposti ai suoi. Vendola si fabbrica una storia mistificata, ideologica, da cui risulta che la “morale” vigente è la sua e chi non vi si riconosce non è figlio legittimo e naturale di un’antica civiltà e di una millenaria tradizione ma è frutto barbarico di un nuovo squadrismo immoralista.
Poi, ricordandosi di essere stato comunista, innaffia il suo moralismo con il vecchio pauperismo; e cita gli immigrati sfruttati che raccolgono per due soldi i pomodori. Certo, loro non possono permettersi gli agi dei borghesi ma non potrebbero nemmeno affittare un utero e comprarsi un figlio; anzi rischiano di essere quelli che gli uteri e i figli li vendono ai benestanti o “figli di papà” di cui sopra. Meglio rossi, meglio neri, che anime morte.

La Verità – 23 luglio 2023

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto