MARCELLO VENEZIANI: “Quel pensatore grande che non fu confutato ma rifiutato”

Marcello Veneziani, l’8 novembre sei intervenuto a Coccaglio nella rassegna Sguardi oltre, affrontandoi il tema di “Rifiutati e rifiutanti”. La tua ultima opera, che è già alla terza ristampa, Vico dei miracoli. Vita oscura e tormentata del più grande pensatore italiano, edita da Rizzoli, narra la vita e il pensiero di un grande filosofo. C’è un nesso tra questo autore e l’incontro bergamasco?

Conoscere Vico è davvero guardare oltre i luoghi e il tempo, aprirsi a una visione del mondo, della storia e della vita oltre la banalità del presente immediato. E raccontare di Vico significa raccontare il travaglio di un grandissimo pensatore, rifiutato dal suo tempo e dal suo mondo, incompreso e deriso da vivo, frainteso da morto. Non si accorsero della sua grandezza. E lo isolarono perché lui criticava “la boria dei dotti” e il razionalismo ateo della società letteraria del suo tempo.

Perché hai pensato di dedicare oggi una biografia proprio a Vico?

Perché lo considero un pensatore decisivo per comprendere il pensiero, e non solo quello del passato, ma anche di oggi. L’ho definito in copertina il più grande pensatore italiano non a caso. Ci spiega le origini e le forme della civiltà e la “barbarie rinnovata” dei nostri giorni. E poi su Vico ci sono tanti saggi ma non c’era una biografia compiuta di questo importante pensatore, questa è la prima; eppure la sua vita così tormentata, la sua epoca e la sua Napoli, al tempo la città più popolosa d’Italia, la seconda in Europa, meritavano di essere raccontati. 

Quando si parla di Napoli del ‘700 si parla di illuminismo. Cos’ha di diverso Vico da quel pensiero?

Vico è critico verso il razionalismo francese, è contro Cartesio, ha una visione cattolica, metafisica e mediterranea, oppone il suo pensiero alla filosofia protestante del nord Europa. E a differenza degli illuministi che giudicano la religione e la tradizione come superstizioni oscurantiste, Vico ritiene che non esistano civiltà senza religione e pensa che il sentire comune, popolare, tramandato dall’esperienza storica delle genti, sia la bussola per orientarci nella vita. E poi vede nella storia la mano di Dio, il ruolo della provvidenza.

Un tema che ci ricorda il “nostro” Manzoni e i suoi Promessi sposi…

Non è un caso. Manzoni conosce l’opera di Vico tramite due letterati “napoletani” venuti in Lombardia, Vincenzo Cuoco e Francesco LoMonaco; così legge e apprezza la sua Scienza nuova, il capolavoro vichiano. E trova in Vico la prima compiuta teoria della “provvida sventura”che sarà il filo ispiratore della sua opera; le disgrazie a volte si rivelano strada facendo delle fortune o delle opportunità, c’è un disegno superiore che guida gli eventi oltre le singole, umane volontà…

Hai voluto scrivere su Vico come se fosse un romanzo popolare, a volte con espressioni colorite ma comprensibili in napoletano, qualcuno dice che sembra la sceneggiatura di un film

Si, ho pensato di scrivere di Vico come se fosse il racconto di un cantastorie suo contemporaneo. Anche perché la vivacità di quel mondo, le traversie della sua vita, della sua famiglia povera e numerosa, si prestavano a essere una narrazione anche avvincente. Ma dietro l’apparenza di un romanzo, i fatti storici della sua vita e della sua epoca sono tutti veritieri. Ma dietro l’impianto storico ho cercato di spiegare anche il suo pensiero, le sue geniali intuizioni seminate in tanti campi.

Insomma, corsi e ricorsi, il ritorno di Vico…

Si, il suo è un pensiero del ritorno, ed è giusto che torni. Ma come lui spiega, tornare non è ripetere il passato, le epoche somigliano, sono analoghe ma nella loro unicità e diversità…

(Intervista con L’Eco di Bergamo)

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