VITTORIO ZEDDA: “Non solo Giulia”

Shakespeare: «Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni». Forse anche solo: «Siamo tutti fatti della stessa sostanza». Ma non di rado mi è sembrato che troppi fra noi «fossero fatti della stessa sostanza degli incubi».

Quante volte nella mia vita, e fin da ragazzo, mi son fermato a meditare su episodi di crudeltà, di violenza, di prepotenza, di cattiveria variamente espressa e agita, ad opera di quello o di quell’altro, a danno di qualcun altro o qualcun’altra.
E dicevo a me stesso: anch’io sono un uomo come quello che ha fatto quella cosa orrenda. Non ho fatto le stesse cose, ma anch’io avrei forse potuto, quella volta che ira, dolore, risentimento, disperazione, sentimenti ed emozioni irrefrenabili, o quasi, mi avevano messo cuore e cervello in tumulto. E solo il cielo sa che cosa mi può essere passato per la testa. Non l’ho fatto, però.
Perché? Anch’io sono un uomo come quello che invece ha fatto quel che non doveva. E lui è un uomo come me. Perché io mi sono fermato in tempo? Perché la tempesta dentro mi s’è quietata da sola? La mia è stata bontà, o paura del peggio, coscienza o vigliaccheria? Inibizione spontanea o inculcata da qualcosa o qualcuno con l’educazione o i sensi di colpa di cui tanto ci possono caricare, fin da bambini, i rapporti con gli adulti o un certo modo oppressivo di insegnarci la religione?

Ogni volta mi sarei dato una risposta diversa. D’una cosa ero certo: ero un uomo, come quello che s’era comportato in quel modo assurdo. Quindi avrei potuto fare anche di peggio. Dovevo stare attento, riflettere, perché il male patito brucia, ma il male restituito ritorna spesso al mittente come un boomerang.
E invece di rispondere “occhio per occhio”, ci può essere un modo più intelligente di replicare. Saper attendere. E se il tempo passa senza che nulla succeda si scopre che il rancore covato dentro è un danno ulteriore, un peso inutile. E dimenticarselo è meglio.

Scoprii presto, con i primi amori adolescenziali, quanto certe donne, non tutte, possedessero l’arma sopraffina di far perdere la pazienza, anche solo con una parola. Era una loro prerogativa, da tenere in conto. Non avevano bisogno della forza muscolare, per colpire o difendersi: avevano ed hanno una intelligenza specifica, femminile. Un’intelligenza che richiede un confronto con un’altra intelligenza di segno diverso, sorretta dalla pazienza, l’ironia garbata, la capacità di sorprendere in positivo, di far sorridere, mai di far piangere.
Anche questo dovremmo insegnare ai nostri adolescenti maschi, che, a quanto pare, non tollerano un confronto con l’altro sesso che li faccia sentire in inferiorità a qualsiasi titolo. Al punto che reagiscono nel peggiore dei modi.
Ma non mi soffermerò su questo, perché già molti esperti del campo comportamentale, psico-sessuale e pedagogico ci offrono preziosi contributi di riflessione. Semmai ne riparlerò quando si tratterà di passare dalle parole, competenti e meditate, ai fatti, per educare e prevenire, perché Giulia pesa sulla coscienza di tutti.

Mi ritrovo invece ora a ricordare un’esperienza incancellabile della mia vita. Ero scolaretto di seconda elementare in un paesino della pianura parmense. Una piccola scuola “rurale” con una sola aula che accoglieva assieme tanti bambini di tutte le classi, dalla prima alla quinta elementare, tecnicamente, una “pluriclasse”.
Nelle prime file di fronte alla cattedra sedevo io e, alla mia destra c’era una bambina, la mia compagna di banco Claudia. Non so che cosa successe una mattina, ma mi sentii offeso da Claudia e mi alzai in piedi piangendo. Mentre io disperato nascondevo il volto dietro il braccio sinistro piegato, quasi a nascondermi, dissi alla maestra che s’era avvicinata a me «Claudia mi ha fatto…», non so più che cosa.
La maestra, che sapeva di quali problemi allora soffrissi, non prese minimamente in conto la mia accusa a Claudia, ma cercò di consolarmi con dolcezza, per tranquillizzarmi. E alla fine mi chiese: «Vittorio, dimmi che perdoni Claudia». Ed io, sempre frignando: «No!». Ma intanto mi ero quietato e mi sedetti. Però me l’ero “legata al dito” e mi sarei vendicato.
Finita la lezione, uscii dalla scuola e vidi che Claudia era andata avanti, verso casa sua, sulla stessa via che anch’io avrei percorsa. La rincorsi già con la mano alzata per darle uno scapaccione. La vedevo di spalle, camminare spensierata, mentre io stavo per piombarle addosso non visto per vendicarmi. In meno di tre metri di strada tutto improvvisamente cambiò in me. In pochi secondi vidi che quella bambina era serena, ignara del mio assalto che certo non si aspettava. Vidi quella testolina tonda e i capelli raccolti che si dividevano al centro per formare due treccine. Era uguale a mia sorella, stessa pettinatura, stesse trecce. Mentre correvo la mia mano alzata si abbassò solo per dare una leggerissima carezza che sfiorò appena quei capelli.
Mi accorsi che Claudia era sorpresa per quel mio gesto di cui pareva non capire il senso. Io sullo slancio della mia corsa la superai sulla sua sinistra, senza voltarmi indietro. E mi sentivo felice, perché, e questa fu la sensazione indimenticabile, ero stato buono, anzi “mi ero scoperto buono”, perché in un attimo avevo cambiato una vendetta in un gesto d’affetto. E la felicità mise le ali alla mia corsa verso casa. Quante volte in cuor mio, da allora ad oggi, ho ringraziato la piccola Claudia Marchesi di avermi fatto sentire migliore, quel giorno. E sogno che la vita ancora mi riservi quell’emozione.

Vittorio Zedda

1 commento su “VITTORIO ZEDDA: “Non solo Giulia”

  1. Mi riesce difficile credere che ci siano vittime di serie A e vittime di serie B. Molte ragazze, donne muoiono ogni anno, vengono uccide da fidanzati, o ex fidanzati. Come mai lei ha fatto così clamore? Inoltre, ma è un’opinione personale, a me non piace molto la sorella di Giulia.

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