“Che fine ha fatto la guerra? A Gaza quasi non si combatte anche in assenza di un accordo tra Israele e Hamas”

Di Magdi Cristiano Allam

Cari amici buongiorno. Mi auguro di cuore che stiate tutti bene in famiglia e che vi siate risvegliati colmi d’amore per la vita.

Dopo 6 mesi dall’attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre 2023, che fine ha fatto la guerra? A Gaza quasi non si combatte, gli scontri si sono notevolmente ridotti, anche in assenza di un accordo di tregua tra Israele e Hamas.

Improvvisamente il sedicente “Ministero della Sanità” di Hamas ha smesso di dare i numeri delle presunte vittime palestinesi, che sono cresciute a ritmi esponenziali, indicando quasi esclusivamente donne e soprattutto bambini, ma da cui sono del tutto assenti i giovani e gli adulti maschi che combattono, uccidono e distruggono.

Israele ha confermato il ritiro delle proprie forze dal Sud di Gaza, lasciando Khan Yunis dove stanno rientrando gli sfollati palestinesi.
La svolta viene giustificata come l’avvio della “Terza fase” dell’operazione di terra cominciata il 27 ottobre. La “Terza fase” si caratterizza per «dei raid mirati e limitati, come nel caso dell’ospedale Shifa a Gaza City».
Sul posto – dopo la partenza della ultima divisione, la 98/esima – è rimasta solo la Brigata Nahal con il compito di controllare e mettere in sicurezza il cosiddetto Corridoio Netzarim che separa la Striscia orizzontalmente dal kibbutz Beeri alla fascia costiera di Gaza, dividendo in due parti il territorio dell’enclave palestinese.

Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha spiegato che la decisione di ritirare le truppe di terra combattenti da Khan Yunis è stata presa «nel momento in cui Hamas ha cessato di esistere come struttura militare in città. Le nostre forze hanno lasciato l’area per prepararsi alle loro future missioni, inclusa la missione a Rafah», l’ultima città di Gaza, al confine con l’Egitto, per colpire i restanti battaglioni di Hamas.

Fonti dell’esercito israeliano non escludono che le forze di terra «se necessario non possa tornare a Khan Yunis». Specificano che la decisione non ha nulla a che vedere «con la pressione degli Stati Uniti esercitata su Israele», ma sarebbe dettata dalla volontà di «lasciare spazio» nella zona agli sfollati palestinesi «se e quando sarà condotta l’operazione a Rafah», ma anche di far tornare i residenti alle loro case di Khan Yunis.
L’uscita da Khan Yunis – vera e propria roccaforte di Hamas tenuta in scacco a lungo dai soldati – consentirà «ulteriori opportunità operative e per l’intelligence» che resta sul campo.

Il relativo disimpegno militare di Israele si spiega anche con la necessità di poter impiegare le proprie forze sugli altri fronti di guerra, in particolare per prevenire e rispondere «a qualsiasi scenario che si possa sviluppare con l’Iran», che continua a minacciare una rappresaglia per l’attacco al consolato a Damasco in cui sono morti alti funzionari dei Pasdaran. L’Iran ha minacciato: «Nessuna delle ambasciate israeliane nel mondo è più sicura».

Il portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf), il contrammiraglio Daniel Hagari, ha detto: Israele prende sul serio ogni minaccia, i suoi caccia sono pronti «per una varietà di scenari».
«Negli ultimi sei mesi siamo stati coinvolti in una guerra su più fronti. Siamo in stato di massima allerta in tutti i campi. Osserviamo le minacce e le sventiamo in continuazione, su più fronti, e siamo ad un alto livello di preparazione per la difesa e l’offesa. Effettuiamo costantemente valutazioni e prendiamo sul serio qualsiasi dichiarazione e tutti i nemici».
«Abbiamo rafforzato la vigilanza nelle unità di combattimento, abbiamo potenziato i sistemi di difesa aerea e abbiamo aerei preparati per la difesa e pronti per l’attacco».

«Sapremo difenderci e agiremo secondo il semplice principio che faremo del male a chiunque ci farà del male o vorrà farci del male». Lo ha detto il premier israeliano Benyamin Netanyahu in apertura del Gabinetto di sicurezza e politico a Gerusalemme. «Per anni – ha aggiunto – l’Iran ha lavorato contro di noi sia direttamente sia attraverso i suoi emissari, e quindi Israele ha lavorato contro l’Iran e i suoi emissari, sia in modo difensivo che offensivo».

Israele ha riaperto il valico di Erez tra Israele e il nord della Striscia di Gaza per la prima volta dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre scorso. Lo ha detto un funzionario israeliano alla Cnn, aggiungendo che la riapertura serve a consentire più aiuti umanitari a Gaza. Il governo di Tel Aviv ha inoltre approvato l’utilizzo del porto israeliano di Ashdod per contribuire a trasferire maggiori aiuti umanitari a Gaza. In una nota diffusa in nottata si riferisce che «questo aumento di assistenza eviterà una crisi umanitaria ed è essenziale per garantire la continuazione dei combattimenti e raggiungere gli obiettivi della guerra».

Il cambio di strategia – che non esclude l’annunciata operazione di terra a Rafah – è arrivato nel giorno stesso in cui al Cairo si sono riaperti i negoziati tra le delegazioni di Hamas e Israele, sotto la spinta del Qatar, dell’Egitto e soprattutto degli Stati Uniti che hanno inviato nella capitale egiziana il capo della Cia William Burns.

Al Cairo fonti governative egiziane hanno sostenuto che si sono fatti «grandi progressi», che ci sarebbe «un accordo sui punti principali tra le varie parti», che nelle prossime ore le parti si riuniranno «per concordare gli articoli dell’accordo finale»
Una fonte di Hamas ha detto che l’accordo contempla una tregua di sei settimane e la liberazione di donne e bambini israeliani in ostaggio in cambio di un massimo di 900 prigionieri palestinesi.

Fonti israeliane rivelano che il premier Benjamin Netanyahu ha affidato alla delegazione israeliana «un mandato significativo» per trattare, ma è stato chiaro: «Nessun cessate il fuoco è possibile senza il rilascio degli ostaggi» anche perché per Israele la vittoria «è vicina».

Netanyahu combatte anche sul piano interno, dove si susseguono le manifestazioni di protesta che richiedono le sue dimissioni, elezioni anticipate, l’accordo con Hamas per il rilascio degli ostaggi. Netanyahu ha invocato «l’unità del Paese» e ha condannato le manifestazioni di protesta di «una minoranza estrema e violenta che sta cercando di dividerci».

Secondo l’esercito israeliano, negli scorsi 6 mesi sono stati uccisi 604 tra soldati, riservisti e agenti di sicurezza e altri 3.193 sono rimasti feriti. I soldati morti durante l’offensiva a Gaza sono 260, 41 uccisi dal fuoco amico. L’esercito israeliano sostiene di aver ucciso oltre 13 mila uomini di Hamas e di altri gruppi terroristici.
Secondo Hamas a Gaza sono morti più di 33 mila palestinesi, in gran parte donne e bambini. Il conflitto, allargato anche al Libano meridionale, ha provocato l’uccisione da parte di Israele di 330 operativi di Hezbollah, 30 sarebbero comandanti.

Il fatto indubbio che dopo 6 mesi Israele non ha conseguito i due obiettivi che si era ufficialmente preposto dalla guerra: annientare Hamas e liberare gli ostaggi.

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Magdi Cristiano Allam
Fondatore della Casa della Civiltà

Mercoledì 10 aprile 2024

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