La sostanza umanistica dell’Orlando furioso: svalutazione di ogni virtù patriottica e collettiva e piena libertà dell’individuo. L’intellettualità come unico strumento di dominio della materia umana

La stesura dell’Orlando innamorato viene interrotta bruscamente. C’è un evento catastrofico a cui Boiardo allude esplicitamente nel III canto del poema, cioè la discesa in Italia del re francese Carlo VIII, che rappresenta il fattore di delusione più grande per gli intellettuali del tempo.

L’invasione francese determina un momento di crisi complessiva dei valori della cultura rinascimentale e rappresenta un fatto drammatico che svilisce le virtù alla base della cavalleria cantata dallo scrittore nel poema.

Dice Boiardo nell’ottava conclusiva della sua opera: «Mentre che io canto, o Iddio redentore, / Vedo la Italia tutta a fiama e a foco / Per questi Galli, che con gran valore / Vengon per disertar non so che loco; / Però vi lascio in questo vano amore / De Fiordespina ardente a poco a poco; / Un’altra fiata, se mi fia concesso, / Racontarovi il tutto per espresso». (Orl. inn., III, 9, 26)

Boiardo non procede oltre nella stesura dell’Orlando innamorato, che rimane incompleto. L’invasione perpetrata dai francesi che, in poco tempo, tra il 1494 e il 1495 percorrono la penisola allo scopo di impossessarsi del Regno di Napoli espropriandolo agli Aragona, rappresenta l’evento che determina il cambiamento epocale in relazione al quale, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, si chiude il periodo di prosperità economica raggiunta precedentemente.

Si manifesta in maniera tragica quell’incontro contraddittorio tra ideale e reale che torna a lacerare una società finora immersa nello splendore e nella vitalità dell’arte. In quel tempo la cultura fioriva nell’ambito di una realtà prospera anche economicamente. La perdita dell’indipendenza comporta invece il drastico smarrimento di ogni libertà intellettuale e, per l’Italia, di ogni slancio alla sua autodeterminazione politica.

Una Patria senza indipendenza ed improvvisamente decadente sul piano economico fa prepotentemente riemergere problemi esistenziali frutto della transizione da un sistema di valori umanistici e rinascimentali a un assetto politico-culturale dai contorni ancora non definiti.

Ludovico Ariosto, il quale appartiene alla generazione successiva a quella del Boiardo, riprende la materia sulla quale stava lavorando il suo predecessore e la porta a compimento realizzando, con l’Orlando furioso, l’opera che probabilmente rappresenta l’apogeo artistico di un’epoca storica di transizione.

L’amore che, nell’Innamorato, è il sentimento che muove i personaggi a grandi imprese diventa, nel Furioso, la molla che fa agire gli eroi in maniera folle e totalmente incosciente. Le azioni che Orlando compie, e insieme a lui quelle di molti altri personaggi tradizionalmente integerrimi, si improntano a un’incontrollabile spinta ad agire alla continua rincorsa al soddisfacimento dei propri desideri individuali.

Il tema epico della guerra tra musulmani e cristiani si interseca con quello delle vicende incentrate sulla figura della bellissima Angelica, la quale è continuamente impegnata a fuggire da diversi spasimanti che la inseguono.

A questi due nuclei principali si aggiunge, poi, il motivo encomiastico. Quest’ultimo filone narrativo riguarda le peripezie dell’amore tra Ruggiero, cavaliere pagano discendente del troiano Ettore, e Bradamante, guerriera cristiana, i quali, al termine della guerra, coroneranno il loro amore a seguito della conversione di Ruggiero al cristianesimo e daranno vita alla discendenza da cui avrà origine il Casato degli Estensi.

I fili narrativi del poema sono quindi molteplici e la tecnica che consente di raccordarli insieme all’interno di un’unità armonica e piacevole è quella dell’entralacement, straordinaria conquista tecnico-letteraria raggiunta da Ariosto.

Proprio intorno a questo punto, quello cioè della grande capacità artistica dell’Ariosto di unire elementi eterogenei intorno a un’unità inventiva armonica e perfettamente raccordata, si deve individuare il valore dell’Orlando furioso, nonché l’acme di tutta la produzione letteraria del poeta emiliano e il senso intimo di tutta la sua testimonianza intellettuale.

Se il Trecento aveva individuato nel fiorentino Dante Alighieri, Padre della Patria, un uomo e un letterato in cui l’interesse e la partecipazione attiva nei confronti della realtà attorno a lui era preponderante sul bisogno artistico di fingere e di inventare, il Cinquecento, al contrario, vede nella figura di Ariosto quella di un altissimo intellettuale il cui interesse verso la vita attorno a sé appare mediocre. Secondo due categorie ascrivibili al pensiero di De Sanctis, egli più che poeta è artista.

Ariosto è un uomo poco entusiasta nei confronti della vita attiva, rispetto alla quale egli mostra scarsa partecipazione interiore. La vita esterna è un accessorio che distrae rispetto a quel mondo della fantasia e dell’immaginazione che Ariosto peraltro guarda da lontano, plasmandolo nelle forme di un universo cavalleresco finto, dal quale il poeta non si sente minimamente coinvolto.

Nel Quattrocento l’Italia vive di studio e di cultura. Ariosto, all’inizio del Cinquecento, vive di arte e di immaginazione. Il mondo cavalleresco, nell’Italia umanistica, è frutto di un’immaginazione che ricerca in esso quelle alte idealità che gli uomini hanno smarrito nella realtà. Il modello esistenziale che si associa al mondo cavalleresco è quello della virtù e della bontà che impronta di sé una parte della vita italiana, quella signorile delle corti in cui si esaltano le qualità della gentilezza e della cortesia.

Le “forme” gentili di cui è fatta parte della vita italiana del tempo si contrappongono però in maniera antitetica rispetto alla dimensione bassa e plebea del mondo italiano che vive al di fuori delle corti. Nel mondo delle corti, invece, vige un codice d’onore che richiama l’atteggiamento di devozione ai signori e l’osservanza delle regole comportamentali della realtà signorile. Le virtù che alimentano le azioni degli uomini che seguono il codice d’onore della cavalleria, li spingono a prestar fede alla parola data, a difendere i deboli, a vendicare le offese.

Si tratta di un mondo ideale, ma anche in parte reale, di cui per eccellenza si è fatto portavoce Boccaccio nel Decameron e che appare elitario e poetico e in contrapposizione alla rozzezza plebea. Ci si rende conto che le corti italiane, tuttavia, tra il Quattrocento e il Cinquecento hanno perso molto della sostanza che alimenta le alte virtù di un mondo cortese che è diventato apparenze e ipocrisia. Nelle corti italiane è rimasto solo un piccolo barlume di quel mondo cortese.

Si capisce che l’onore e la virtù non sono affatto un elemento intimo condiviso di un sentimento collettivo di passione patriottica. Ci sono uomini d’onore ma non c’è un popolo né una classe dirigente per la quale i valori cortesi e cavallereschi siano elevati a regola di vita condivisa.

Il fatto è che le grandi scoperte geografiche e scientifiche rivoluzionano il mondo. I contenuti di quella tradizione cavalleresca e cortese si manifestano nel loro portato di vuotezza e di illusorietà. La verità effettuale si propone nelle sue apparenze reali agli occhi di tutti, ma la mente degli uomini fatica ancora ad acquisirne consapevolezza. Nella vita di tutto il popolo le conseguenze di questa rivoluzione stentano ancora a manifestarsi concretamente nella giusta direzione, ma se ne percepisce il portato decostruttivo rispetto ai valori tradizionali. Non c’è la maturità culturale e politica tale da concretizzare questa consapevolezza nell’attuazione di un vero sovvertimento della realtà.

Per il momento si percepisce, a livello di sentimenti e di istinti, la falsità di contenuti irreali che però continuano ad alimentare tutta un’invenzione fantastica che riempie la vita di imprese mirabolanti e di finzione. La mente del popolo si diletta trasportata dall’immaginazione e la visione del mondo che se ne ricava è quella di una realtà che si riempie di magia e di incanti.

I protagonisti delle azioni avventurose narrate, cioè gli “eroi”, sono proprio la trasfigurazione di quel popolo che si fa attore ignorante e abbandonato alle sue passioni in un mondo che nella realtà razionale può trasformarsi, se si vuole, in tutto l’opposto del caos. È solo che il popolo ancora non ha capito niente.

È anche vero, tuttavia, che l’Italia è pur sempre il paese più colto di tutti in quel tempo. Il soprannaturale è ammesso solo come gioco e come finzione. In altre parti d’Europa, per esempio, il legame tra cavalleria e realtà è ancora presente. In Italia questo legame non esiste più, si è spezzato definitivamente. Ed è proprio questa consapevolezza che alimenta il gioco ironico in cui il popolo si diletta ma di cui gli uomini di cultura percepiscono il senso profondo.

Si può dire che quello che corrisponde alla stesura dell’Orlando furioso sia il momento della denuncia del cambiamento, della presa di coscienza, da parte di un uomo eccellente, della vuotezza dei valori tradizionali. Ariosto non crede nel mondo cavalleresco. Egli non è un uomo di cavalleria. È questa sua condizione di intellettuale razionalmente consapevole che lo mette nelle condizioni di percepirsi indifferente a ciò che egli tratta.

Nel riprendere la materia del Boiardo lo scopo di Ariosto appare faceto, cioè egli sembra voler sviluppare quei temi svuotandoli del tutto di ogni proposito costruttivo sul piano comunicativo ed educativo. L’obiettivo dell’autore si presenterebbe come quello di realizzare un’opera artistica fine a se stessa.

Totalmente anticlassicista, la materia del Furioso manca della tradizionale unità di azione di reminiscenza aristotelica e oraziana. Ciò che caratterizza, per eccellenza, questo mondo è invece la libera iniziativa dell’individuo e la mancanza di un ordine. La prospettiva di sviluppo della trama è centrifuga, cioè il suo impianto è strutturato secondo un procedimento che segue il percorso dei viaggi dei personaggi e che si propaga verso l’esterno. Le avventure dei protagonisti, cavalieri erranti, sono appunto avventure di viaggio.

I cavalieri si riuniscono a Parigi, verso cui vengono ricondotti per essere coinvolti nella battaglia dall’angelo Michele, che scende dal cielo proprio allo scopo di attuare il proposito necessario a dare un senso unitario alle mille avventure intorno a cui si articola il poema. Ma gli eroi si dedicano all’impegno nobile del combattimento solo per un tempo molto limitato. Subito dopo ripartono spinti ancora una volta dal bisogno di inseguire le proprie passioni, cioè l’amore e la gloria personali.

L’elemento di novità è proprio il fatto che le istanze religiose e politiche non sono più alla base dell’epica. Il genere è proprio svuotato del suo stesso interno. Le vicende individuali sono la vera materia del racconto.

Ma è proprio questo il punto. Al di sopra di questa anarchia cavalleresca c’è la presenza forte di uno spirito sereno e di armonia. Ciò che gestisce tutta la trama è una mano superiore che orchestra sapientemente e che riporta a controllo e a un ordine ciò che invece è disordine in apparenza.

Razionalità e obiettività permeano di sé tutta la rappresentazione. Le cose paiono esistere e presentarsi da sole. Il poeta non vi prende alcuna parte coi propri sentimenti e con le proprie passioni. È questo lo straordinario elemento di modernità dell’Orlando furioso e il suo intrinseco carattere rivoluzionario.

I temi della patria, della famiglia, del senso di umanità, che sono quelli propri della tradizione dei poemi cavallereschi, non vi trovano ispirazione. La narrazione dimostra, tuttavia, la riacquisizione di un controllo equilibrato, naturale e pacato dell’esistenza. Esiste un messaggio morale sentito, compartecipato e promulgato da parte dell’autore ai suoi lettori affinché si attinga razionalmente alla verità.

Astraendo dal sentimento, Ariosto si esprime attraverso sentenze. Le verità della morale vengono affermate attraverso concetti semplici e luoghi comuni. Per esempio: «Quel che l’uomo vede, Amor gli fa invisibile, / e l’invisibil fa vedere Amore»; «Amor sempre Rio non si trova:/se spesso nuoce, anco talvolta giova».

Al di sotto della rappresentazione artistica che Ariosto realizza, apparentemente vuota e fine a se stessa, in realtà c’è uno spirito che rimanda alla sostanza umanistica di Giovanni Boccaccio. Sotto l’esteriorità si percepisce un senso già maturo di una letteratura che esce fuori dalla storia per rientrarvi attraverso il ragionamento scettico e cinico. Si tratta del sentimento del reale. È l’ironia che precorre la scienza.

Il culto della forma e la bellezza caratterizzano questa nuova letteratura che comunica i suoi contenuti in maniera che essi si presentino naturalmente e da sé. La forza inventiva dell’immaginazione contiene una profonda consapevolezza della natura e dell’uomo. Il sorrisetto che accompagna quest’immaginazione è lo spirito adulto e materialista che si fa gioco di ciò che l’immaginazione stessa dice.

Totale è la decostruzione del mondo passato, nella consapevolezza di un reale rifatto dall’immaginazione e sorretto dalla distanza ironica del sorriso che se ne prende gioco. È l’individuo al centro di questa nuova potenzialità che Ariosto scopre attraverso il suo sguardo disilluso e realistico nei confronti del mondo. Non più collettività quindi ma libertà assoluta dell’io messo nelle condizioni soggettive di realizzare l’impresa oppure di cedere alle leggi d’amore alle quali volontariamente ubbidisce. Non esiste una forza che regola in maniera unitaria le azioni secondo un destino certo.

Il fatto che l’eroe si lasci coinvolgere dalla distrazione e dal caos è il segno dell’incapacità degli uomini di comprendere il reale che, invece, è retto dalla ragionevolezza e dalla staticità. Il vero messaggio è invece che la ricerca diventa ricerca intellettuale.

Il poeta, creando l’universo fantastico del poema, costruisce un modello del mondo che è dominabile intellettualmente. Il valore simbolico è che solo la letteratura consente un dominio culturale del reale. Nell’universo della finzione, cioè, l’uomo è come Dio e può esercitare un controllo totale sulla sua creazione.

La dissoluzione del Medioevo e la conquista della modernità avvengono senza una drammatica opposizione tra queste due entità. L’inquadramento complessivo razionale e pacato dello sguardo che gestisce questo incontro e questa fusione, qualifica la consapevolezza di Ariosto e la tranquilla coscienza culturale di questo cambiamento che egli ci comunica.

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