Da Giambattista Vico a Edward Said e Marcello Veneziani. La mente eroica tramandata nel sud

Dopo Julius Evola tra filosofia e tradizione (1979),  Dante, nostro padre. Il pensatore visionario che fondò l’Italia (2020), e Manzoni. I fiori del bene (2021), il pensatore e romanziere italiano Marcello Veneziani (1955) torna a scavare nelle biografie delle menti più brillanti d’Italia, e con Vico dei miracoli. Vita oscura e tormentata del più grande pensatore italiano (2023) si afferma come custode della memoria dei più grandi dei pensatore italiani di tutti i tempi.

Sebbene il nome di Giambattista Vico (1668 – 1744) sia rimasto trascurato negli studi filosofici, anche nella stessa Italia, fino all’inizio del novecento, la sua influenza è evidente sui maggiori pensatori del suo tempo e  anche delle epoche successive, e compare anche su nomi inaspettati e “impensati che si ispirarono a lui”, scrive lo scrittore pugliese, nonostante molti di loro non esitassero a copiarlo e perfino plagiarlo, dice Veneziani: “Furono molti i grandi autori che attinsero da Vico, spesso senza riconoscerne il debito. Uno tra tanti, il grande Montesquieu. […]  Infatti una copia del capolavoro vichiano era nella sua biblioteca del castello di la Brède. Nell’Esprit des lois ci sono tracce evidenti di quella lettura, nel trattato sulla scienza della legislazione”, e continua: “Ma anche il filologo Wolf, studioso omerico, e Hamann e poi Herder attinsero a piene mani dalla sua opera. E in seguito Goethe, e Jacobi, e Baader, e de Maistre e Chateaubriand, per non dire degli spagnoli. E non parliamo dei due secoli che verranno, e dell’impronta gigantesca che lasciò Vico nel pensiero italiano ma anche nel pensiero storico, estetico, antropologico, politico e giuridico…”.

Ma quale impatto avrebbe lasciato Vico sul pensiero arabo, visto il ritardo nel tradurre il suo capolavoro La scienza nuova apparso nella sua prima edizione in Italia nel 1725 e in arabo nel 2020 da Adab (arabia Saudita), con la traduzione di Ahmed Al-Asma’i?

Nel suo libro Umanesimo e storia da Said a Vico. Una prospettiva vichiana sugli studi postcoloniali (2016), il ricercatore italiano Mauro Scalercio spiega l’impatto della filosofia di Vico su uno dei più grandi esponenti dei studi postcoloniali nel mondo, Edward Said (1935 – 2003) sostenendo che “solo dando la giusta importanza all’influenza di Vico su Said è possibile comprendere appieno il significato dell’umanesimo saidiano”, il che dissiperebbe ogni confusione post-strutturale che potrebbe circondare la visione di Said.

Infatti il profondo impatto che Vico ebbe su il più grande pensatore palestinese non è un segreto per i studiosi di Said, il che è dovuto anche al fatto che Edward Said stesso non ha mai esitato – a differenza di altri – a parlare del merito di Vico nel formulare le sue visioni. Nel suo libro Representations of the Intellectual (1994) said dice di considerare da sempre Vico uno dei suoi eroi. Nel 2002, poco prima della sua scomparsa (dopo che gli era stata diagnosticata una forma incurabile di leucemia) il pensatore palestinese accettò di essere intervistato dal regista americano Mike Dibb, e in “The Last Interview” Said dichiara che ci sono due nomi che più lo hanno influenzato, e cita Vico prima di Conrad.

Questo nonostante il fatto che un nome come Michel Foucault sarebbe venuto in mente a qualsiasi lettore di Orientalismo (1978), dove l’influenza del filosofo francese domina l’opera più importante di Said, ma è anche un’influenza quasi limitata a un solo libro, mentre è stato Vico a dare al pensiero di Said, nella sua completezza, tutta la sua coerenza. Questo è ciò che ha fatto sì che il pensatore palestinese tornasse sempre, nei suoi scritti e nelle sue interviste, a Vico, anche nello stesso Orientalismo, in cui appare la minore influenza di Vico su di lui. Tuttavia, quest’ultimo non esitò a riferirsi al filosofo italiano nell’introduzione all’edizione del libro del 2003: “Vorrei ora parlare di un modello alternativo diverso che è stato estremamente importante per me nel mio lavoro. […] Devo menzionare il contributo estremamente creativo di Giambattista Vico, il filosofo e filologo napoletano le cui idee anticipano e poi si infiltrano nella linea dei pensatori tedeschi che sto per citare […]”.

Said era infatti consapevole del diniego a cui Vico era stato sottoposto nella sua vita da parte dei suoi colleghi dell’Università di Napoli, dove non era altro che “un oscuro docente che riusciva a malapena a guadagnarsi da vivere”, scrive in Representations of the Intellectual, e prima ancora in Vico: Autodidact and humanist (1967), in cui esprime la sua indignazione nei confronti dei filosofi che trascuravano gli insegnamenti principali nel capolavoro del grande pensatore italiano emarginandolo in modo ingiusto, e scegliendo da esso ciò che si adatta ai loro orientamenti. A questo proposito Veneziani ci dice: “Verranno i tempi in cui La scienza nuova sarà considerata una pietra miliare, un capolavoro originale, destinato a lasciare grande traccia non solo nel pensiero filosofico, ma anche nello studio del mito, della storia e della letteratura, nel campo filologico e giuridico, nell’antropologia e nello studio delle origini dell’umanità e delle civiltà. […] Resterà però sul suo pensiero l’ombra di un gigantesco dubbio: anche da postumo, è stato veramente compreso fino in fondo, o è stato solo sbranato e diffuso a tranci, lacerti di teorie, spezzoni di frasi adattate alle circostanze, suggestioni di miti, senza il contesto in cui trovano senso e senza il disegno grandioso che lo ispirava, perdendo così l’essenza del suo pensiero e della sua visione?”

Per spiegare il “disegno grandioso” che ispirò Vico, Veneziani usa la metafora del rosario fatto di tanti grani, e che rappresenta il mondo organico di Vico, dove i saperi non sono separati ma piuttosto accordati per portarci infine allo scopo primario del suo utilizzo: connetterci a Dio. Troviamo così che la più grande lezione di Vico è riconciliare i cinque mondi in cui abitiamo: il passato, il presente, il futuro, il favoloso e l’eterno. Ci vuole una “mente eroica” per vivere questa comprensione.

Mente eroica, è il titolo del penultimo capitolo del libro di Veneziani, da cui lo scrittore dedica un pensiero alla popolazione di Gaza, in un’intervista condotta dalla sottoscritta su Aljazeera, e nel quale Veneziani si rammarica della scomparsa di questa consapevolezza nella filosofia di oggi, nonché il ritorno di Vico nell’oblio a causa del predominio degli approcci analitici anglo-americani sulla filosofia moderna. D’altronde, la riscoperta di Vico all’interno delle culture orientali come sottolinea Veneziano dimostra che Vico è il filosofo del Sud per eccellenza, e come precisa nel suo libro: “Verranno i tempi in cui altri autori, per altre vie, si ritroveranno a ripercorrere i sentieri di Vico, le sue «discoverte» e le sue intuizioni, e a fare i conti con le sue riflessioni. La sua fama varcherà finalmente i secoli, i confini e i mari, andrà lontano, anche in quei mondi che furono sordi o refrattari quando lui vanamente cercava la loro attenzione, inviando ai grandi del tempo le sue opere e ricevendo silenzi, formali ringraziamenti e sotterranei sarcasmi […]”.

Invero, Vico “rimosso, e denegato, fino alla fine” rimase tormentato per tutta la vita dalla mancanza di riconoscimento da parte di tutti coloro che lo circondavano, fece lavori occasionali per poter mantenere la sua famiglia: iscrizioni funebri, orazioni ed elogi di figure eminenti, ma nonostante ciò suo figlio non riuscì dopo la sua morte a dedicargli una lapide che gli rende giustizia. “Non c’è traccia sulla lapide del suo genio né del suo capolavoro. Lui che fu maestro d’iscrizioni funerarie, di lapidi e necrologi…”. La chiusura di “Vico dei miracoli” è stata pertanto toccante poiché Veneziani fa una doppia dedica al più grande pensatore italiano, e colui che lo fece conoscere, suo padre. E come ogni figlio grato del Sud, fa anche Edward Said, e nel suo ultimo libro, humanism and democratic criticism (2006), lascia il suo testamento intellettuale in cui invita i lettori di ritornare alle sue radici vichiane. Questo perché la “mente eroica” è un tratto ereditato nel Sud, il suo nome arabo è: Irfan.

Recensione di Amal Bouchareb pubblicata su Alaraby Aljadeed, n 3550, 21 maggio 2024, p 26.

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