2 giugno, perché uniti, perché divisi

Nel giorno del suo compleanno repubblicano, una nazione civile e democratica, dove libertà fa rima con dignità, dovrebbe avere in mente soprattutto una cosa: l’amor patrio è il primo valore condiviso di una comunità nazionale e come tale va preservato e alimentato. Ma è anche il luogo in cui, legittimamente, si distinguono e si divaricano le culture della cittadinanza. Cosa voglio dire? Il 2 giugno è la piazza in cui si incontrano, si salutano e si differenziano, in modo civile, gli italiani. Quali sono i valori comuni che si celebrano nell’amor patrio? Il rispetto del popolo sovrano, della sua storia e delle sue istituzioni, delle sue leggi e della dignità individuale e collettiva; il rispetto della libertà e della democrazia, delle sue regole e dei suoi verdetti; il rispetto dell’Italia, della sua integrità territoriale, del suo paesaggio e del suo linguaggio, delle sue città e delle sue culture, nel quadro di una scelta di civiltà europea e di pace internazionale. E dunque la difesa della patria in caso di pericolo. E’ inutile aggiungere cosa ci unisce in negativo: il rifiuto della violenza, dei totalitarismi e dei regimi oligarchici, ecc. Di tutto questo il presidente della Repubblica dovrebbe essere il supremo garante, ma non il solo: le forze armate e le forze dell’ordine, la magistratura, la cultura e tutti i rappresentanti dello Stato devono farsene garanti. Però non siamo ipocriti: sappiamo che accanto a valori condivisi e a regole comuni e comunemente accettate, ci sono anche motivi di contrasto. Se fingiamo che intorno al 2 giugno e all’amor patrio non ci siano motivi di divergenza, facciamo abortire la festa; ne diamo una versione falsa, puramente cerimoniosa, che nasconde il germe della doppia verità, del finto ossequio. E allora un paese civile, una democrazia sana, non scaccia le divergenze ma cerca di immetterle nel libero gioco della politica e delle culture plurali. E allora dopo aver indicato i punti che ci dovrebbero unire, da destra a sinistra, passando per il centro e per le periferie, provo a dire onestamente cosa ci divide il 2 giugno. Non prendetelo come un esercizio diabolico, di chi vuol seminare zizzania e secessione il giorno delle nozze, ma come una precisa e leale dichiarazione di intenti e di dissonanze. Dunque provo a puntualizzare le differenze.
1) Le culture di centro-sinistra ritengono che l’amor patrio sia fondato sul patto costituzionale, mentre le culture di centro-destra ritengono che prima della costituzione formale, sancita da una carta, vi sia una costituzione reale o materiale che nasce e si forma nel corso della storia e della vita di una comunità. Patriottismo della costituzione da una parte, patriottismo della tradizione dall’altra. Certo, i primi non possono negare importanza alla tradizione di un popolo, così come i secondi devono rispettare le regole sancite dalla Costituzione. Ma i primi affidano il patto tra i cittadini a quella carta, mentre i secondi la affidano alla storia e alla realtà di una nazione. Magari passando per le patrie locali. 
2) Di conseguenza, l’amor patrio dei primi si identifica con la nascita dell’Italia repubblicana e antifascista e si situa storicamente in quel quinquennio che va dalla caduta del regime fascista alla promulgazione della costituzione, passando per la guerra di liberazione, il referendum e il ritorno della democrazia. Per i secondi, invece, l’amor patrio è una consonanza antica, coincide con l’essere italiani, indipendentemente dai regimi e dalle costituzioni; e dunque nell’amor patrio rientra la storia dell’Italia, il sentire comune, civile e religioso, la vita di un popolo e di uno Stato unitario. L’amor patrio dei primi quasi coincide con l’antifascismo; per i secondi, invece, è amore delle radici e del loro sviluppo.
3) Sul piano sociale, l’amor patrio dei primi è legato essenzialmente alla cittadinanza e alle sue regole, mentre nei secondi è legato all’appartenenza e all’identità. Per i primi è un caso privo di significato che si nasca in un luogo anziché in un altro, quel che conta è decidere di vivere in quel luogo, accettando alcune regole. Per i secondi invece il legame con un luogo, con un’origine, non è casuale e insignificante, ma è un segno del destino, di conseguenza è importante nascere in un luogo, in una famiglia, nel solco di una patria anziché un’altra. Non è un discorso di astratti principi ma di concrete conseguenze: i primi ritengono che tra un connazionale ed uno straniero non ci siamo differenze, e che la solidarietà debba essere universale. I secondi, invece, ritengono che la solidarietà per essere concreta e incisiva, debba partire dal più vicino e poi allargarsi al più lontano; di conseguenza, l’amor patrio si manifesta a partire da tuo padre e tua madre, da tuo fratello e poi dal tuo vicino, dal tuo collega, dal tuo concittadino e poi dal tuo connazionale, via via allargandosi.
4) L’amor patrio nelle culture progressiste è una variabile secondaria e subordinata del cosmopolitismo e dell’internazionalismo, dell’amore universale. Quel che conta è essere cittadini del mondo; essere cittadini italiani è solo una caso specifico, una modalità relativa e fortuita. Viceversa, per le culture della tradizione si è cittadini del mondo solo in quanto si è cittadini della propria patria, e dunque l’amor patrio è il fondamento vitale e concreto su cui basare il legame con il mondo. Non siamo apolidi e apatridi abitanti del pianeta, indifferenti al luogo che ci vide nascere e crescere; ma portiamo nella nostra anima e nella nostra vita, il segno di quel legame, di quella provenienza, di quella casa e di quelle comunità. 
Ora, non credo che le due diverse culture debbano considerarsi l’un contro l’altra armate, non credo che l’una debba disprezzare l’altra evocando fantasmi del passato e figure del Male. Ma non credo nemmeno che possano combaciare e fondersi. La politica è proprio questo, la passione comunitaria verso ciò che unisce e verso ciò che differenzia; la politica è la corda tesa tra il conflitto e il consenso, la possibilità di divergere senza farsi la guerra, o di raggiungere equilibri e coesistenze senza sognare pacificazioni definitive e unanimità impossibili. Per questo è giusto festeggiare insieme il 2 giugno, sentirsi insieme italiani e uniti, ma nella diversità che sono poi le basi della democrazia.  

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