Da qualche tempo la storia non esiste più, solo Vittime & Santini. O a rovescio Demoni & Carnefici. Mi sarò distratto, ma nel diluvio agiografico per il centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, non ho letto ricostruzioni storiche basate su ricerche storiografiche. Solo narrazioni didattiche, il Bene e il Male Assoluto. Facciamo una premessa, che sarebbe scontata ma oggi è necessaria: quel delitto fu un’infamia assoluta, non si discute da che parte stare; come non c’è da scegliere tra dittatura e libertà. Ma se si narra la storia, bisogna tornare alle fonti, confrontarle, raccontare i fatti, non limitarsi ai santini, come fanno in tanti, dal Quirinale in giù. Quando si racconta, ad esempio, che il mandante del delitto Matteotti è stato Mussolini, è inutile fare ricerche, è lui stesso la dirlo, non si dice la verità. Mussolini rivendicò la responsabilità morale e politica di quel delitto, difese l’uso della violenza, purché “chirurgica, intelligente, cavalleresca” e aggiunse: “Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”.  Ma respinse di aver commissionato quell’assassinio: “Come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell’avversario che io stimavo, perché aveva una certa crãnerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza”. E quell’assassinio, difatti, fece vacillare il regime, da cui con fatica riuscì a riprendersi. Non ci sono elementi certi per confermare o confutare quella tesi. E gli storici sono piuttosto cauti e divisi, salvo chi parte da tesi precostituite e approda a sentenze nette.

Oltre gli storici, a partire da Renzo De Felice fino a Ernesto Galli della Loggia, a incrinare la narrazione del delitto voluto dal Duce, è la versione del figlio di Matteotti, Gianmatteo, deputato socialista, autore di un libro sul tema, Quei vent’anni, edito da Rusconi. Il figlio di Matteotti sostenne, in un’intervista a Marcello Staglieno su Storia Illustrata del novembre 1985, che l’assassinio di suo padre “non fu un delitto politico ma affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere. Sotto c’era una scandalo di petrolio e la longa manus della corona”. La pista del delitto affaristico fu avallata anche da Pietro Nenni. Mussolini, notava il figlio di Matteotti, stava aprendo ai socialisti e quel delitto fu compiuto anche per bruciare quella possibilità. 

Enrico Tiozzo, allievo di Rosario Romeo, già docente all’università di Gotemborg, si è occupato a lungo di Matteotti, pubblicando vari ponderosi saggi, con ampie fonti bibliografiche. Nella dedica al suo Matteotti senza aureola, uscito da Bastogi libri con un’ampia introduzione di Aldo A. Mola, mi scrisse che il suo è un libro verità “sulla vicenda più mistificata del secolo scorso”. La sua tesi è che l’omicidio non fosse premeditato ma preterintenzionale e che Mussolini non ne fosse il mandante, non ne aveva alcun interesse. Tiozzo scrive su Storia in rete ( n.139, maggio 2017): “Matteotti aveva l’abitudine di lanciare alla Camera accuse veementi contro il governo senza avere in mano alcuna prova e veniva puntualmente smentito. Quanto alle sue proposte di legge, basti dire che non voleva che si concedesse il voto alle donne, voleva diminuire il numero delle Università, voleva che le eredità passassero direttamente allo Stato anziché agli eredi, proponeva che gli alcolici venissero tassati a secondo delle esigenze bevitorie di chi li acquistava e che gli stranieri li pagassero più degli italiani, e altre trovate di questo genere che facevano sí che le sue proposte di legge destassero l’ilarità della Camera”. Filippo Turati confidava ad Anna Kuliscioff, lo riteneva un provocatore, un ariete, “da usarsi per creare confusione in aula”. E pur compiangendolo, gioì dicendo che con la sua morte “si sarebbe posto fine al fascismo”.

Per Tiozzo non era stato pianificato l’omicidio, visto che il sequestro si svolse alla luce del sole, alle 16 e 30 del 10 giugno e alla presenza di ben otto testimoni oculari, che rilasciarono poi tutti al giudice istruttore, antifascista (Mauro Del Giudice) le loro testimonianze. E gli assassini furono presi, condannati e incarcerati. I sequestratori, fa notare Tiozzo per confermare la non premeditazione dell’assassinio, non avevano un posto dove potersi liberare del corpo di Matteotti né una vanga per poterlo seppellire. “Volevano trattenerlo per qualche ora e probabilmente fargli bere l’olio di ricino, come avevano fatto con altri in altre occasioni su ordine di Marinelli”.  Perché la situazione precipitò e si arrivò a ucciderlo?

Il delitto va storicizzato nel clima rovente di quegli anni, in cui ancora sanguinava la memoria del biennio rosso e degli scontri, ed era recente l’ecatombe della prima guerra mondiale. Pochi mesi prima un anarchico aveva ucciso il segretario del partito fascista a Parigi, Nicola Bonservizi, e pochi mesi dopo Matteotti, un comunista uccise il deputato fascista Armando Casalini.

La pista affaristica, non esclusa da De Felice, fu avanzata anche da Giancarlo Fusco su la Stampa, avallata dallo storico socialista Giorgio Spini, e fondata sulla confidenza del Duca Aimone di Savoia: Matteotti fu eliminato perché aveva scoperto in Inghilterra, “ricevuto, come massone d’alto grado, dalla loggia The Unicorn and the Lion” che Vittorio Emanuele III era coinvolto negli affari della compagnia petrolifera Sinclair, e il regista dell’infausta operazione sarebbe stato il monarchico e quadrumviro Emilio De Bono. Tesi un po’ peregrina, come quella che coinvolgeva il fratello del duce, Arnaldo.

Per restare in Inghilterra, Franco Scalzo, autore di due libri sul caso Matteotti (uno edito da Savelli il 1985, l’altro dal settimo sigillo il 1996) ritiene che il mandante del delitto Matteotti fosse addirittura Churchill e che Amerigo Dumini fosse un agente segreto dei servizi inglesi. Un delitto per mandare in crisi il fascismo:  “Mussolini si assume, per intero, la responsabilità del crimine perché, altrimenti, sarebbe costretto a denunciare quella del gotha finanziario che ha foraggiato la marcia su Roma” e che lo avrebbe disarcionato. Tesi che sembrò trovare conferma vent’anni dopo, al tempo della Repubblica di Salò, nelle confidenze di Mussolini a Carlo Silvestri. 

Un fatto è certo: tutti gli autori del rapimento e delitto Matteotti a partire da Dumini erano massoni, come massoni erano coloro che sono stati in vario grado coinvolti nella vicenda: da Emilio de Bono a Filippo Naldi, da Rossi ad Aldo Finzi. E’ curioso notare che dieci anni prima il rivoluzionario Mussolini e il riformista Matteotti sostennero insieme, pur con motivazioni diverse, l’incompatibilità dell’appartenenza alla massoneria per gli iscritti al Partito Socialista. Odiato dai comunisti, che poi da vittima lo santificarono, Matteotti si era opposto a un ritorno di Giolitti al governo nel 1921, spianando la strada a Mussolini. Con la Massoneria Mussolini ebbe un rapporto contraddittorio: la condannava da rivoluzionario e socialista come partito della borghesia liberale e monarchica ma si ritrovò al suo fianco nella svolta interventista del 1914. Massone del resto fu Naldi, sponsor del suo Popolo d’Italia e tanti fascisti risultarono iscritti alla Massoneria, da Italo Balbo in giù. Ma è significativo che dopo il famoso discorso del 3 gennaio 1925, prima citato, il primo atto significativo fu la proposta di sciogliere la Massoneria, a cui seguì un memorabile dibattito alla Camera, in cui presero parte anche Croce e Gramsci. C’era un nesso tra l’assassinio di Matteotti e quella legge? Nella storia non agiscono solo il Bene e il Male, ma tanti agenti intermedi. 

La Verità – 6 giugno 2024

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