Quarant’anni fa come oggi moriva Enrico Berlinguer e la sua santificazione postuma dura ancora. A scanso di equivoci, diciamo prima di tutto una cosa, a chi tende a scordarlo: Berlinguer rimase sempre comunista, fino alla fine. Non liberal, non progressista, comunista. E non “parlava al futuro” come scriveva domenica il Corriere della sera e il suo agiografo Walter Veltroni. Berlinguer parlava al passato, anzi rappresentava la faccia rispettabile di un passato di orrori e fallimenti che si chiama comunismo. 

In Italia, del comunismo è rimasto viva solo la memoria sarda. I due soli miti superstiti sono infatti due sardi, Gramsci e Berlinguer, a cui sono dedicate apologie, elogi e santini. Rimossa la memoria del Pci e di Togliatti perché perdura invece la loro mitologia? Perché ambedue non andarono al potere. Il mito di Berlinguer più si allontana dalla storia più cresce col tempo. Berlinguer fu una figura dignitosa, sobria e austera, anche se vogliono perfino negargli la tristezza del suo volto e del suo modo di parlare e vogliono fissarlo for ever sorridente tra le braccia di Benigni. Berlinguer non aveva la statura di Togliatti né la sua sinistra grandezza e la sua lucidità; e quanto a svolte fu più ardito Occhetto, seppur col favore dei muri crollati. Per lunghi anni allineato ai più sordidi atti e documenti sovietici, fu mestamente comunista, non lasciò tracce importanti, si oppose alla socialdemocrazia e la storia gli dette torto; considerò il Partito come l’Assoluto. Fu una persona onesta, per bene, ma basta la sua decorosa mediocrità per farne un santo con relativa agiografia? In realtà tramite la copiosa apologetica su di lui si vogliono giustificare il loro passato comunista. Berlinguer è un pretesto narrativo per santificare gli eredi del comunismo e separarli dalle nefandezze dei regimi comunisti.

Berlinguer fu comunista nonostante gli orrori del comunismo, anche dopo Budapest e Praga, fu legato all’Unione Sovietica fino agli anni settanta, sognava l’eurocomunismo al tempo in cui Craxi calava la sinistra nella storia d’Italia e nel presente occidentale. Arrivò ad auspicare l’austerità per provocare il collasso del capitalismo e aprire la strada al comunismo. Non uscì mai dal Canone. Avviò, si, un graduale distacco dall’Urss ma senza approdare a una svolta socialdemocratica. Non fece analisi acute, memorabili o lungimiranti, sulla questione morale fu preceduto dalla destra nazionale che prima di lui e con più forza denunciò la corruzione e la decadenza morale. La modestia fu la sua virtù ma anche la sua misura. La sua aria grigia da funzionario di partito era riscattata dall’aura nobiliare un po’ disfatta. Non fu un gigante né un liberale, ma un comunista per bene. Anche perché non andò al potere. Per fortuna sua e nostra. La stessa “fortuna” capitò nella disgrazia a Gramsci, che teorizzò in carcere un regime totalitario ben più efferato di quello che lo aveva messo in galera.

Quando Almirante rese onore al suo feretro dopo la morte sul palco (una morte che il leader missino confessò d’invidiare) fu una delle pagine più nobili e civili della politica italiana. 

Quando in seguito alla crisi energetica l’Italia si allineò all’Austerità il Pci di Berlinguer la vide come “l’occasione per trasformare l’Italia” come recitava un libro firmato da Enrico Berlinguer per gli Editori Riuniti. Berlinguer, nel ’77, ebbe due pubbliche occasioni, un incontro con gli intellettuali al teatro Eliseo di Roma, un altro con gli operai al teatro Lirico di Milano incentrati sulla svolta austeritaria. Introdotto da Giorgio Napolitano, Berlinguer disse agli intellettuali raccolti intorno al Partito-Principe che  austerità volesse dire soprattutto superamento del modello capitalista. Berlinguer combinava questo ritorno all’austerità, che assumeva a volte i tratti dell’autarchia mussoliniana degli anni trenta, con un riferimento terzomondista che strizzava l’occhio al Vietnam e più cautamente alla Cina di Mao. Ma restava saldamente ancorato all’Urss con queste parole inequivocabili dette agli operai a Milano e poi raccolte in quel libro: “noi rispondiamo di no a chi vuol portarci alla rottura con altri partiti comunisti; a chi vuol portarci a negare quello che è stato la Rivoluzione d’ottobre e gli altri rivolgimenti che hanno avuto luogo nell’Oriente europeo ed asiatico, il ruolo che esercitano l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti negli equilibri internazionali e nella lotta per la pace mondiale; a chi vuol portarci a negare il carattere socialista dei rapporti di produzione che esistono in quei paesi”. Poi si prodigava in un’apologia del “centralismo democratico” in cui, sì, tutti hanno diritto alla loro opinione ma “la posizione che risulta maggioritaria diventa la posizione di tutto il partito e tutti, quindi sono tenuti a rispettarla”. Questo era Berlinguer. Contrariamente all’immagine che si vuol accreditare oggi, nella politica d’austerità di Berlinguer non c’era tanto il rigore o la questione morale ma la speranza nel collasso del capitalismo, “il declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia”, l’egemonia del movimento operaio unita all’egemonia culturale, esplicitata nell’incontro dell’Eliseo quando il segretario del Pci sottolineò che le forze intellettuali “hanno oggi in Italia un peso sociale quale non avevano mai avuto e…hanno in larghissima misura un orientamento politico democratico di sinistra”. L’austerità era per il Pci di Berlinguer il cavallo di troia del comunismo in Occidente. Arrivò poi la reaganomics, l’edonismo yuppie degli anni ottanta, il collasso sovietico, a liquidare con l’austerità anche il modello comunista. Fu così che l’austerità anziché indicare un’antica virtù e uno stile sobrio di vita, evocò l’arcigno grigiore del comunismo al tramonto. Di cui Berlinguer fu l’icona triste in Italia, nonostante le postume beatificazioni, gli enfatizzati strappi e le benigne immagini ridenti. 

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