Alla riscoperta della Tradizione

Se cercate un riparo dall’orgia dei commenti elettorali, dalle maratone televisive e dalle full immersion europatiche, aggravate dall’imminente g7 che avremo in casa, in Puglia, tra domani e dopodomani, cercatevi una stanza chiusa ma ariosa, con una finestra sul mondo e sul passato, e pensate a una cosa che dista anni luce dal convulso, infinito presente globale: la Tradizione. Si, con la T maiuscola, come la scriveva Julius Evola che proprio oggi, mezzo secolo fa, l’11 giugno del 1974, lasciava la vita terrena. Non vi parlerò di lui, l’ho fatto tante volte. Ma di quell’Idea, quell’Archetipo a cui il suo nome è legato: la Tradizione. Un pensiero, un Principio ma anche una costellazione di riferimenti e figure, di riti e di miti, di liturgie, di ricordi e di consuetudini. Perché la Tradizione è un principio ma s’incarna nella storia, nella vita, nella realtà del mondo; grandeggia nelle civiltà ma si fa piccola nel piccolo, domestica e familiare, entra in casa e nella vita di ogni giorno.
Quando morì Evola erano ancora viventi i principali pensatori italiani della Tradizione: oltre Evola c’erano Elémire Zolla, Augusto Del Noce e Michele Federico Sciacca. Quattro gradi autori a dispetto di chi dice che oltre l’egemonia culturale di sinistra c’era solo ignoranza e barbarie. Cristiani e cattolici Del Noce e Sciacca, seppure su posizioni diverse; cultori delle civiltà tradizionali e dei saperi esoterici Evola e Zolla, a loro volta distanti.
E poi c’erano giovani promesse del pensiero tradizionale, oltre i tanti autori non italiani, variamente legati al mondo della Tradizione, che andava allora pubblicando Alfredo Cattabiani nelle edizioni Rusconi. Tra i giovani di quel tempo ne cito quattro che morirono prematuramente intorno ai quarant’anni e anche prima: Emanuele Samek Lodovici, Franco Pintore, Adriano Romualdi e Rodolfo QuadrelliLodovici era un cattolico neoplatonico, Romualdi era un promettente seguace di Evola, Pintore uno studioso di teosofia, Quadrelli uno scrittore di pensiero e letteratura, “aspirante” cattolico. Quadrelli, di cui è passato inosservato lo scorso aprile il quarantesimo anniversario della sua morte, ripensò “la tradizione tradita”, come è intitolato un suo libro postumo. A lui, come ai quattro autori prima citati, dedicai un ritratto in Imperdonabili. Ma ho ritrovato un sorprendente ed empatico suo profilo sul manifesto a firma di Enzo Di Mauro. A Quadrelli si devono alcuni eccellenti saggi letterari e civili, poesie e scritti polemici. Vorrei ricordare di lui un piccolo, grande episodio che esprime la libera e onesta grandezza di Quadrelli. Quando morì Pasolini uscì solitario sul Corriere della sera un necrologio a pagamento che lo ricordava. Era di Rodolfo Quadrelli, all’epoca osteggiato come reazionario e tradizionalista, che lo piangeva come “un fratello”, “uomo libero”e “grande poeta”, che lo accompagnò con un’epigrafe stupenda: “Lottò da solo per l’antica dignità del mondo”. A suo modo, e con mille contraddizioni e cadute, Pasolini fu un poeta tragico, senza grazia, della Tradizione perduta e rimpianta.
I pensatori della Tradizione non vanno confusi con i conservatori, fra cui alcuni famosi scrittori e giornalisti nostrani come Prezzolini, Longanesi, Montanelli e altri. Il pensiero conservatore vuol difendere la realtà, la natura e la storia e vuol salvare il salvabile del presente; il pensiero della Tradizione è invece un pensiero di altro respiro, non vuole fermarsi a uno stadio, a un tempo, a un’epoca o un regime, ma evoca un Principio trascendente, una chiave metastorica.
E da un verso oppone la Tradizione alla modernità, ossia il senso della continuità e dell’eredità rispetto a un mondo che professa il valore del nuovo e dell’emancipazione. Ma dall’altro verso, proprio perché la tradizione è un trasmettere, non si riduce affatto al culto del passato e delle sue sacre reliquie, come invece rischia di finire il reazionario e il conservatore nostalgico; ma comporta un rapporto attivo e fecondo non solo con ciò che è stato ma anche con ciò che sarà. L’idea di tradizione implica un rapporto aperto col futuro, è fedeltà e gravidanza al tempo stesso; e non disdegna l’idea di progresso, pur respingendo la pretesa ideologica e messianica che il nuovo e l’ignoto siano per definizione superiori al vecchio e all’antico. Il punto di confluenza tra l’idea di tradizione e l’idea di progresso è nella convinzione ripresa dalla famosa massima di Bernard des Chartres, siamo nani sulle spalle di giganti; dunque riusciamo a vedere più lontano di chi ci ha preceduto, come sostiene chi riconosce il progresso; ma ci è possibile farlo in quanto siamo sulle loro spalle, come sottolinea chi riconosce la tradizione. Se scendessimo dalle loro alte spalle saremmo solo nani, incapaci di vedere lontano e schiacciati dalla loro imponenza.
Nell’epoca totalmente immersa nel presente, senza memoria e senza futuro, possiamo dire che la tradizione abbia fatto ormai il suo tempo e non abbia più nulla da dirci? No, esattamente il contrario, è proprio oggi che ci è più che mai necessaria: il tempo della tradizione non è dentro questo o quel tempo, e oggi più di ieri, in un tempo così disorientato e sradicato, la tradizione ci sarebbe preziosa. Non è la tradizione che ha smesso di parlarci, siamo noi che abbiamo smesso di ascoltarla; non abbiamo orecchie per sentirla e occhi per vederla.
Ogni epoca è sempre stata legata a un filo di eredità, esperienze e valori; ma a maggior ragione un’epoca come la nostra che per prima ha spezzato quel filo ed è in vertiginosa mutazione, avrebbe ancor più bisogno di un contrappeso di tradizione per non perdersi nella giostra del nulla. Tradizione è il contrario di Dissoluzione, o cupio dissolvi.
A volte si liquida con formule false e nefaste l’impronta della tradizione; la si riconduce al fascismo, passepartout per ogni infamia o meglio per ogni cosa che si vuole infamare; oppure la si riporta al patriarcato, alle superstizioni, al passatismo, ai tabù. Ma la tradizione ha un respiro più grande e uno sguardo più alto e più lungimirante. La tradizione ci aiuterebbe a rimettere il tempo dentro i suoi cardini, come diceva William Shakespeare. E a capire e distinguere tra ciò che è provvisorio e ciò che è permanente, tra ciò che muta e ciò che nel mutamento persiste; tra ciò che sta in alto e ciò che sta in basso, ciò che viene prima e ciò che viene dopo.
In un giorno tutto preso dal momento, giova pensare a quel che dura e non finisce in giornata. La stella della tradizione.

La Verità – 11 giugno 2024

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