La riforma del premierato può essere davvero un punto di svolta, ma anche di caduta, per il governo Meloni. Perché rafforza la sovranità politica e popolare e corona un sogno antico della destra. Ma può diventare, come fu per Renzi la riforma, la buccia di banana fatale per il governo, e presenta l’insidia dell’autonomia differenziata, voluta dalla Lega, che mette a rischio l’unità nazionale. Ma stavolta si fa sul serio, almeno così pare. Dopo sessant’anni d’invocazione, arriva in Italia il Presidente eletto dal popolo. È un’idea che piace da tempo alla maggioranza degli italiani, anche se ora il clima è più freddo e sfiduciato; si spera poco dai cambiamenti politico-costituzionali. L’idea si è rimpicciolita strada facendo, passando dalla repubblica presidenziale al più modesto premierato, che è poi un altro semi-presidenzialismo, fermo restando il Quirinale e molti suoi poteri, anche per incassare la non belligeranza di Mattarella.
Ma sarebbe una buona correzione di rotta, perché sposta il baricentro della politica sul popolo sovrano, frena la tentazione di ricorrere ai tecnici e offre maggiori garanzie di stabilità e continuità ai governi eletti dal popolo, tentando di scoraggiare i voltagabbana e le congiure di palazzo. In più cancella i senatori a vita, che dovevano essere i padri autorevoli, super partes, della nazione, e invece sono diventati il partito-gerontocomio del presidente della repubblica, quasi sempre a sostegno del centro-sinistra, come i presidenti eletti da vari decenni.
Insomma, non si tratterà di un gran riforma, alcuni suoi punti fragili sono stati corretti o sono ancora da correggere, anche per portarla a coerenza; magari non cambierà chissacché ma va verso una giusta, realistica direzione. È una buona mediazione tra il presidenzialismo e la democrazia parlamentare o delegata. Deriva dalle campagna per il “sindaco per l’Italia” lanciata prima da Mariotto Segni e poi da Matteo Renzi che infatti l’ha sostenuta.
Con la Meloni si coronerebbe un sogno che seguì come un’ombra la repubblica parlamentare, da quando nacque il centro-sinistra. Era la fine del 1963, stava nascendo il governo Moro con i socialisti, e l’indomito Randolfo Pacciardi, repubblicano, combattente antifascista e antifranchista, mazziniano e massone, ruppe col partito di La Malfa di cui era stato leader e più volte ministro, e fondò, agli inizi del ’64, la Nuova Repubblica (con lui c’era, tra gli altri, Giano Accame). L’idea era importare in Italia il modello De Gaulle, ma anche il modello americano (Pacciardi era diventato, da ministro della difesa, uomo di fiducia del Pentagono e degli Stati Uniti, nemico della Russia, amico d’Israele; un po’ come la Meloni).
Su La Repubblica il costituzionalista Michele Ainis, preso dalla foga di squalificare il progetto presidenzialista, si è inventato che quel progetto fosse nato nel 1964 dal missino Giorgio Pisanò. Definendo la Meloni “nonna” della riforma presidenziale (non doveva essere lucido in quel momento) il professor Ainis scrive testualmente nel suo editoriale del 30 ottobre: “il primo movimento politico per “Una nuova repubblica venne fondato dal fascista Giorgio Pisanò nel 1964”. Per un costituzionalista, dimenticare la paternità storica di Pacciardi della riforma e del suo movimento pur di attribuire un marchio “fascista” alla riforma, è una svista grossolana. Pisanò sposò la battaglia presidenzialista quando si candidò per il Msi nel 1972, dopo aver rilevato il settimanale Candido alla morte di Giovannino Guareschi, nel 1968. Il Candido fece campagne contro Moro e i socialisti e a favore di Amintore Fanfani presidente (era il nostro mezzo De Gaulle, ma poi i missini si accontentarono di votare Giovanni Leone per il Quirinale).
Pacciardi fu “bruciato” con le accuse di golpismo insieme a Edgardo Sogno (un golpismo bianco, di due antifascisti e anticomunisti filoatlantici). In realtà solo dopo Pacciardi, e dopo il movimento presidenzialista democristiano di Europa ’70, di Bartolo Ciccardini e Mario Segni, il presidenzialismo diventò un cavallo di battaglia del Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante. Si riprendeva in forme nuove un progetto nato in piena repubblica sociale, quando Carlo Alberto Biggini delineò un disegno costituzionale presidenzialista, proiettandosi dopo la guerra e presumibilmente dopo il fascismo, verso lo Stato nazionale del Lavoro (fu il parlamentare veneto Franco Franchi a ricostruirne il filo storico). L’idea della repubblica presidenziale restò un cavallo di battaglia missino; e tale restò in eredità ad Alleanza nazionale. Ma quando venne la seconda repubblica né Fini né Berlusconi realizzarono la svolta presidenzialista, sempre annunciata nelle campagne elettorali ma poi puntualmente sparita; eppure allora aveva un seguito e un vasto consenso di popolo.
Ora il premierato serve soprattutto a impedire che il governo del paese passi alle mani di tecnici e snaturi il voto tramite inciuci e mediazioni, come è successo troppo spesso. Poi, certo, i problemi strutturali restano tutti: la politica decide poco ed è poco sovrana a livello nazionale, segue le direttive assegnate ai governi da entità sovranazionali: Unione Europea, Alleanza Atlantica, Banche centrali e altri organismi sovranazionali di pressione e orientamento. Ma almeno è un segnale. Che l’elezione diretta del premier abbia poca giurisprudenza a suo favore, e sia stata tentata solo in Israele, lo diceva già Giovanni Sartori trent’anni fa; ma anche il semi-presidenzialismo di De Gaulle non aveva precedenti, e questo è un semi-presidenzialismo a parti invertite, tra capo del governo e capo dello stato. La vera differenza rispetto al passato è che un tempo il premierato serviva per arginare la partitocrazia, allora dominante; oggi nasce dalla disfatta dei partiti e serve a colmare il vuoto politico e a riconoscere la “capocrazia” già in vigore ormai da anni. La riforma non risolverà i problemi italiani ma darà almeno all’Italia un premier di consolazione.

(Il Borghese, giugno)

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