La questione femminicidi: il caso egiziano

I cosiddetti “femminicidi” sono spesso studiati come fenomeni sociologici legati alle varie forme di disagio dei “criminali” e al degrado dei vari contesti familiari e sociali in cui si compiono. Altre volte le analisi si avventurano nel ricercare le motivazioni del crimine in caratterizzazioni religiose o consuetudinarie interpretate all’occasione. È vero che esistono codici di comportamento statuiti, come il Kanun di Lekë Dukagjini, un codice consuetudinario medioevale, elaborato in un particolare momento della storia albanese, che regola ogni aspetto delle comunità localizzate nell’entroterra montuoso settentrionale dell’Albania, dove il ruolo della donna è totalmente secondario. Basta ricordare l’articolo 29 del Kanun, che cita: “La donna è un otre, fatta solo per sopportare”. O anche l’articolo 28: “Il sangue della donna non è da paragonarsi a quello dell’uomo”. Come è vero che in alcune sure coraniche, ma anche in testi giudaico-cristiani, la donna viene posta in posizioni subalterne all’uomo, sorvolando, poi, su altre “tradizioni” sia asiatiche che africane drammaticamente discriminatorie verso la donna. Tuttavia, nella parcellizzazione dei vari comportamenti umani, crea sempre sconcerto e fa riflettere quell’atteggiamento espresso dal maschio, solo dal punto di vista del “genere”, dove emergono debolezze e frustrazioni accompagnate da aspetti ossessivi, quindi patologici, contrariamente al vero ruolo antropologico, dove responsabilità e funzioni delineano le competenze e mantengono gli equilibri tra i generi. È così che in Italia registriamo 111 uccisioni di donne da parte di uomini nel 2019, 116 nel 2020, 118 nel 2021 e cinquantasette fino a giugno 2022. Anche questi omicidi sono impregnati di aspetti complessi, dove entrano in azione drammatici “attori” e fosche congiunture. Tali tragici eventi superano le distinzioni religiose, sociali e geografiche. Così in Egitto sta suscitando sconcerto il selvaggio omicidio di una studentessa uccisa un mese fa al Cairo.

Nayra Achraf, 21 anni, è stata accoltellata a morte all’ingresso della Mansoura University del Cairo, a causa del rifiuto delle avance manifestate da Mohamed Adel, anche lui studente, il quale aveva deciso che sarebbe stata sua o sarebbe morta. Adel aveva braccato la ragazza per mesi, lei aveva denunciato le minacce alla polizia non ottenendo, però, garanzia per la sua sicurezza. La studentessa è stata assassinata il 20 giugno. Adel, sotto gli occhi di telecamere di sorveglianza e di numerosi testimoni, con un coltello ha sgozzato la ragazza. In Egitto, a un mese dall’omicidio, lo shock resta forte. Polemiche sono sorte anche a causa del voyeurismo paranoico-maniacale dei media locali che stanno seguendo il caso, i quali hanno pubblicato, pochi giorni fa, il risultato del test di verginità eseguito sulla ragazza durante l’autopsia e anche l’elenco degli oggetti contenuti nel suo zaino al momento dell’assassinio.

Mozn Hassan, la responsabile della Ong femminista Nazra, che significa “guarda”, ha denunciato la subdola incursione nella privacy della vittima. Un approfondimento morboso della sua vita che tende a diluire il reato del carnefice. Hassan ha dichiarato che, dopo l’omicidio della studentessa, lo shock è stato molto forte nella popolazione, ma altri egiziani hanno reagito dicendo che prima vogliono sapere se la ragazza avesse avuto una storia con l’assassino e se fosse stata vergine! È evidente che la percezione dei femminicidi, in certi contesti, attinge a quelle fonti di subalternità che vedono la donna inferiore, impossibilitata a poter scegliere il suo uomo e magari colpevole di mostrare parte della sua capigliatura.

In Egitto i femminicidi e le violenze contro le donne si allineano a quanto accade in Medio e Vicino Oriente. Una radicale cultura patriarcale e un rigore religioso, spesso distorto, introdotto negli anni Settanta dagli egiziani che si trasferivano in Arabia Saudita per lavoro e spesso in condizioni economiche e sociali precarie, vengono portati come fattori giustificativi per spiegare la violenza e le vessazioni diffuse. Ma secondo le femministe, la causa unica di queste azioni è l’assenza di una legge che criminalizzi la violenza contro le donne. Infatti, i femminicidi vengono trattati caso per caso, questo dà agli assassini e agli autori di abusi un senso di impunità.

Comunque, il 6 luglio è stata confermata la condanna a morte per Mohamed Adel, solo dopo che il Gran Mufti d’Egitto, Shawki Ibrahim Allam, ha approvato la sentenza. Secondo consuetudine, il suo parere è richiesto per qualsiasi pena capitale. L’assassino è stato arrestato subito dopo il delitto. Poi, superato un burrascoso processo, il 28 giugno è stato dichiarato colpevole di omicidio premeditato. Secondo il tribunale che lo ha giudicato, sussistevano tutti gli elementi per un rapido verdetto. Ma questo verdetto deve molto al fatto che l’assassinio è stato filmato e le immagini sono state girate in loop video su Internet. Ma se non fosse stato filmato?

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