“Io vengo da Cremona, una città stupenda sulle rive del Po e non so perché ma ogni volta che penso alla mia terra mi emoziono, come un bambino…”
(Norberto Midani)

Io canto e suono
Nel mio cabaret
La tenera nostalgia di quei muri dell’infanzia
Intreccio per tutti
Sul palcoscenico dell’anima
Le note malinconiche della mia terra
A volte
Mi pare di vagare
Come facevo da bambino
Su e giù dagli argini del fiume
Scivolare in barca
A pelo d’acqua
Con i pescatori di allora
Ricordo in scena
I giochi della piazza
Quelle sfide a bandiera
O a gianda manda
Nell’afa delle estati padane
Voglio che gli altri ridano
E dimentichino con me le cure della vita
Sull’arduo sentiero dello spettacolo
Seguo gli sguardi della gente
Cambio vestito alle mie storie
Mi escono battute
Quelle dei giullari di un tempo
E domando al cielo
Là dove abitano gli angeli
Di colorarmi la maschera del giorno
Di un profumo diverso
Di parole diverse
Qualche volta poi
Mi pare di sognare
Una corsa sfrenata
Di quelle tante
Per tornare a casa in tempo
Alla cena della sera
A quel semplice rito
Infatti
Quasi una preghiera corale
Gesti e parole consuete
Era difficile
Se non impossibile mancare
Io canto e suono
Nel mio cabaret
La tenera nostalgia
Di quei giorni
Come fosse un sogno
Quello che ho dentro sempre

Foto di copertina: Norberto Midani, “Il mio cabaret”

Questa rubrica “Sciaveri di tregua” desidera istituzionalizzare la registrazione costante dei pochi ma intensi momenti di riflessione che mi vengono suggeriti in tempo reale in parte dall’osservazione e dalla traduzione poetica di immagini particolari con cui la realtà si manifesta e in parte dalla immancabile dose di esperienza specifica che l’età matura può aggiungere a questa attenta osservazione.

È abbastanza incredibile quanto sia in questo contesto assai prezioso, soprattutto dal punto di vista spirituale, l’affinamento che a questa osservazione si affianca nell’intento di popolare di piccole ma vitali suggestioni le esigue pause spirituali che, con forzata parsimonia, la realtà odierna nella sua corsa ci riserva.

Ho riscoperto il prezioso quanto dimenticato lemma “sciàveri ” per dare un nome a questi momenti, a queste osservazioni e a questi intensi ritagli di esistenza , definendo il termine “tregua” , dal sapore combattivo e guerresco, proprio per stigmatizzare la sconcertante sofferenza del corpo e dello spirito in questa quotidiana “tenzone” che tutti dobbiamo affrontare nel contesto della convivenza sociale e nel caos di questa corsa ad ostacoli , densa di episodi di “fatica” in un mondo in cui la realtà presenta fenomeni di effettive sfide temporali e fisiche oltre a un continuo sopravvenire di istanze etiche e spirituali, materia di problematiche irrisolte, nonché di dubbi esistenziali di non poco conto.

Sciàveri di tregua” è quindi nato con l’ambizione di rappresentare un convinto, coerente e sentito invito a una sosta ferace dello spirito, intesa a lasciare a ciascuno la possibilità di riflettere intorno ai valori propri e intimi dell’esistenza , fatto non sempre concesso dalla realtà “accelerata” e nello stesso tempo “aumentata” dei nostri giorni.
Attraverso pensieri tradotti in sequenze armoniche di parole , qualche volta attraverso ritmi melodici ed onomatopeici in cui si mescolano elementi naturali primordiali e sottili rumori di sentimenti umani , ho cercato di incontrare opere di amici noti o sconosciuti e di invocare il loro aiuto, la loro complicità , per indugiare su qualche immagine di questa turbinosa avventura del vivere gli anni del terzo millennio, in una gara senza pause, senza respiro e “apparentemente” senza alcun segno di pietà per chi rimane relegato a una vana attesa sul ciglio spesso tristemente disadorno e inospitale della strada.
Da artigiano della parola ho scambiato impressioni con solerti artigiani del suono, dei colori e dell’immagine (pittori, scultori , musicisti e fotografi) per scoprire quegli stimoli creativi condivisi che facilitano una risposta corale a una serie di interrogativi comuni alle varie “discipline artistiche”, cioè comuni all’interpretazione della realtà”.

Qualche volta ci siamo insieme domandati dove si voglia arrivare attraverso questa amabile scorciatoia con cui si tende a volere a tutti i costi eliminare le tregue, accelerare la corsa, bruciare tutte le tappe, comprese quelle più solenni e rituali come gli archetipi più sacri e celebrati dalla tradizione della vita e della morte. Qualche altra ci siamo soffermati sui valori tradizionali della nostra esistenza con attenzione e scrupolosa smania di descrivere i colori della realtà com’è o come vorremmo che venisse percepita attraverso il filtro della nostra mediazione spirituale, artistica ed umana.

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