LA POESIA DI GIORGIO BONGIORNO: “Una sera ad Acitrezza”

Non volevo ricordare
Il coro delle voci dei Malavoglia
Mena
Alessi
N’toni
L’eco del destino nella casa del nespolo
Quel sospiro affannoso dell’abbandono
Negli occhi
L’elegia del mare
La poesia degli scogli
Il colore dell’estate
L’odore insistente della pescata
E la brezza profumata dell’uliveto
Siamo come i gabbiani della luce
A disegnare in cielo ricami e volute
Fra schiamazzi e picchiate
Soli a cercare il gioco dell’anima intrepida
Ali distese nell’aria limpida
Tenera carezza nel fuoco del tramonto
Che sfugge ad ogni addio
Pareva ci fosse tutto il paese a salutarmi
Quel giorno
E invece ero di nuovo
Lontano da tutti
Lontano dal dolce sapore dell’origano
Lontano da quelle barche allineate sulla battigia
Lontano dal richiamo del vespero
Lontano dall’amore
Inondata dalla cantilena della risacca
Anche quel treno sbuffante
E la locomotiva scura
Lucida
Una delle ultime
Mi accompagnavano via
Per quella vita
Vagabonda
Insieme a tutte quelle immagini
Smarrite
Sbiadite
Dentro di me

1 commento su “LA POESIA DI GIORGIO BONGIORNO: “Una sera ad Acitrezza”

  1. Direi lirica di una struggenza antica ed eterna, come il mare e i suoi profumi, come la terra lieve e sabbiosa ed i piedi che affondano a lasciare un’impronta umana che dura l’attimo della risacca e poi nulla.
    Nostalgia e speranza si mescolano nell’oggi della luce incerta nei commoventi abbracci di chi si lascia nei sospiri affidati alle onde e portati dal vento malandrino a colmare altri vuoti, altre esistenze oltre i confini dell’occhio, della conoscenza di una pienezza che travalica i tempi e ci lascia sopiti ma liberati e vivi, pronti ad aprire le ali come gabbiani al montar della sera. Aspetto il tuo volto, sulle nubi, intriso nell’ultima luce, nella sera del riposo del giusto.

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto