Libia: i pesi massimi della politica per una riconciliazione nazionale

Dalla nefasta deposizione di Muammar Gheddafi, avvenuta nel 2011, e sulla scia della “Primavera araba” strategicamente sfruttata/coordinata dall’Occidente – Francia per prima – la Libia sta percorrendo una strada lastricata da paura, drammi, povertà, fazioni, morte e disperazione. Una nazione ricca di tutto, ma minata dalle divisioni tra le istituzioni dell’est e dell’ovest che lottano, corroborate dall’esterno e da oltre un decennio, per monopolizzare il potere e l’enorme ricchezza del sottosuolo.

A poco più di un anno dalla formazione del Gun, Governo di Unità Nazionale, che aprì le speranze per la riunificazione di un Paese dilaniato dal 2014 dalla rivalità tra Cirenaica e Tripolitania, si concretizza il rischio della rinascita di due governi paralleli. Così, nuovamente, la Libia sta impantanandosi in un intreccio istituzionale e nella frammentazione dei suoi poli di potere. Ricordo che il 10 febbraio 2022 il ramo parlamentare di Tobruk ha eletto Fathi Bashagha primo ministro, che ha poi ottenuto la fiducia della Camera dei Rappresentanti il primo marzo, sostituendo, in teoria, Abdul Hamid Dbeibah, investito nel marzo 2021 a capo del Governo provvisorio con sede a Tripoli, quindi alla guida della Gun.

Il Governo di Dbeibah era nato da un processo politico tutelato dalle Nazioni Unite, con lo scopo principale di organizzare le elezioni legislative e presidenziali, inizialmente previste per dicembre 2021, ma rinviate a tempo indeterminato. Proprio questo rinvio, a tempo indeterminato, ha condotto i parlamentari con sede a Tobruk a considerare terminato il mandato di Dbeibah. Tuttavia, quest’ultimo si sta rifiutando di lasciare il potere, ritenendo che nell’elezione di Bashagha il quorum non sia stato raggiunto. E che si siano verificati dei brogli affermando, inoltre, che il suo mandato durerà fino a giugno 2022 e che trasferirà il potere solo a un Esecutivo eletto. Così, nella notte tra lunedì 16 e martedì 17 maggio, il Governo libico nominato dal Parlamento di Tobruk e sostenuto dal maresciallo Khalifa Haftar, capo della Cirenaica”, ha fatto l’ingresso a Tripoli, sede del potere esecutivo. Tuttavia, la sera di martedì, a seguito di combattimenti tra gruppi armati rivali, il Governo eletto a Tobruk si è ritirato da Tripoli dopo aver tentato di sfrattare il Governo provvisorio. Dai media libici risulta che i combattimenti sono stati di una violenza che non si vedeva dal giugno 2020, quando il maresciallo Haftar tentò di occupare Tripoli. Gli scontri tra milizie rivali sono iniziati nella notte tra lunedì e martedì. Dopo diverse ore di battaglia, a metà mattinata, il portavoce di Bashagha ha annunciato con un comunicato stampa che il Governo di Tobruk avrebbero lasciato Tripoli, per preservare la sicurezza dei cittadini. Nuovamente, uno stallo equilibrato dal rischio di una guerra civile. Josep Borrell, capo della diplomazia europea, ha manifestato grande preoccupazione, anche se tale situazione era prevista.

Ma oggi quale è l’equilibrio di potere tra Bashagha e Dbeibah? Senza dubbio Bashagha ha una leadership naturale, necessaria ovunque, ma in taluni contesti sociologici è fondamentale. Inoltre, ha buone relazioni in generale, ha un consenso nella regione occidentale, ma ha anche ottenuto l’appoggio di molti leader delle regioni orientali, come Khalifa Haftar e di quelle meridionali. Tra Bachagha e Dbeibah non risulta che ci siano particolari contatti, ma sicuramente il lavoro di singoli personaggi e partiti politici è indirizzato verso la consegna del potere a Fathi Bashagha, in modo pacifico.

Circa le modalità utilizzate per la formazione del Governo, non pare abbiano manifestato particolari anomalie, considerando la poca trasparenza che comunque è fisiologica un po’ ovunque, anche in “Occidente”. Va anche notato che la sessione parlamentare dove è stato votato Bashagha è stata trasmessa sui canali satellitari e in streaming, che ormai fa moda. E che le procedure adottate della Camera dei Rappresentanti (Hor) sono state conformi con le leggi vigenti.

È chiaro che le nazioni che hanno avuto un ruolo nella tragica storia post Gheddafi fanno finta di vedere questa situazione ambigua, come una questione di politica interna. Intanto, la posizione della Russia è già stata palesata. Infatti, ha annunciato il sostegno al Governo guidato da Fathi Bashagha. L’Hor ha rilasciato una dichiarazione per ringraziare l’Arabia Saudita e l’Egitto per il loro sostegno alle istituzioni legittime elette dal popolo libico. E per la loro costante preoccupazione per la sicurezza, la stabilità e l’unità della Libia.

Da quanto risulta dalla stampa libica il Parlamento ha anche ottenuto il sostegno dei gruppi armati presenti a Tripoli. Infatti, la maggior parte dei libici sostiene le scelte fatte dall’Hor. Il popolo libico vuole un Parlamento legittimato a rappresentare il Paese dopo oltre un decennio, dove la Libia è stata rappresentata da quelli che definiscono, non a torto, “avvoltoi”. Tra il 2014 e il 2021 la Libia si era già trovata con due governi rivali. Ma oggi la situazione è diversa: non è più un conflitto tra est e ovest, ma un accordo tra poteri delle due regioni. Infatti, Bashagha, peso massimo nella Libia occidentale, è in piena sintonia con il maresciallo Khalifa Haftar e con il presidente del parlamento insediato nell’est, Aguila Saleh Issa, altri due pesi massimi uniti per una riconciliazione nazionale.

Per concludere, restano invariate le linee guida che escludono i rapporti con i Fratelli Musulmani. Infatti, Fathi Bachagha e Ahmed Maiteeq, insieme agli “oligarchi” della regione occidentale, confermano questa fondamentale esclusione che, in caso contrario, aprirebbe complesse dinamiche non utili ad una stabilità concreta.

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