Congo e Ruanda sul baratro di una nuova crisi

l re del Belgio, Filippo, è arrivato a Kinshasa martedì 7 giugno, per la sua prima visita ufficiale prevista e della durata di sei giorni. Lo spirito della visita nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) si è configurata nei parametri di riconciliazione con la sua ex colonia e nella commemorazione annuale dell’indipendenza (30 giugno 1960). Il Re era accompagnato dalla moglie Mathilde d’Udekem d’Acoz e da una non superficiale delegazione governativa. Sono stati accolti all’aeroporto internazionale di N’Djili, alla periferia della capitale, dal presidente congolese Félix Tshisekedi e dalla moglie Denise. L’ultima visita reale fu del padre Alberto II nel 2010.

Il re Filippo, nel 2020, in occasione del sessantesimo anniversario dell’indipendenza dell’ex Congo belga espresse, per la prima volta, in una lettera a Félix Tshisekedi, il suo enorme rammarico per le “ferite” della colonizzazione. Filippo, sul trono belga dal 2013, con quella ammenda aveva deplorato le violenze e le crudeltà commesse dal suo antenato Leopoldo II durante il suo regno (1885-1908), il quale considerava il Congo un proprio bene. La Rdc, ora, tramite il suo portavoce, Patrick Muyaya, ha dichiarato: “Non dimentichiamo il passato, ma guardiamo al futuro”. Un passato che, tra l’altro, ha riesumato la questione della restituzione delle opere d’arte all’ex colonia. I comunicati ufficiali del Regno belga hanno affermato che il Re ha voluto dare nuova forza alla cooperazione con Kinshasa, nell’ambito della sanità, istruzione, salvaguardia ambientale. Oggi il Belgio è il quarto donatore del Congo dopo Stati UnitiRegno Unito e Germania.

Questa visita di re Filippo è arrivata nel pieno di una rinnovata pesante crisi tra la Repubblica Democratica del Congo e il vicino Ruanda. Infatti, l’instabilità socio-politica nella Rdc sta avendo in questi giorni una escalation preoccupante. Le relazioni tra Rdc e Ruanda sono in fase di peggioramento, dopo il massiccio arrivo nell’est del Congo degli Hutu ruandesi colpevoli di aver massacrato i Tutsi durante il genocidio ruandese del 1994. Il crescendo degli scontri tra le Forze armate della RdC e il gruppo ribelle M23Movimento 23 Marzo, che è risultato sostenuto dal Ruanda, ha fatto temere un nuovo conflitto tra i due Paesi. Le tensioni sono state aggravate da preoccupanti riverberi xenofobi all’interno della popolazione congolese. Di fatto, la settimana scorsa gli scontri tra l’esercito congolese e l’M23, gruppo ricomparso nel nord-est del Paese dopo dieci anni di assenza, sono scoppiati su più fronti nel Nord Kivu, provincia orientale della Rdc al confine con Ruanda e Uganda.

Se per Kigali, capitale del Ruanda, si tratta di un conflitto intra-congolese, per Kinshasa invece gli scontri sono causati dall’M23 che è composto principalmente da tutsi congolesi, appoggiati dal Ruanda. In questo quadro di scambio di accuse e sconfinamenti, il 28 maggio Kigali ha denunciato che alcuni dei suoi soldati sono stati rapiti dai ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr). I ruandesi hanno sostenuto che questi soldati sono stati catturati al confine. Secondo fonti dell’esercito congolese, sarebbero invece stati arrestati all’interno del territorio congolese. Se confermata questa notizia, potrebbe essere una prova del coinvolgimento dell’esercito ruandese all’interno il Congo stesso. Inoltre sono circolati sospetti, nell’ambito politico e militare congolese, che il Ruanda abbia infiltrati all’interno dell’esercito congolese.

Ricordo che Mobutu Sese Seko, che ha governato crudelmente lo Zaire dal 1965 al 1997, ha sostenuto il regime Hutu ruandese fino a quando il Fronte patriottico ruandese (Rpf) ha preso il potere fermando il genocidio nel 1994. Da quella data molti membri dell’ex regime genocida fuggirono di fatto in Congo. Da allora il Ruanda ha imputato alla Rdc di ospitare questi assassini. Ma, come è di prassi, al centro della disputa tra i due Paesi ci sono anche le reti economiche. Infatti, il Ruanda esporta più materie prime, ma soprattutto oro, di quanto ne estragga. Questi traffici di minerali e oro si sottraggono al controllo dello Stato congolese, in quanto passano dal Congo al Ruanda attraverso il contrabbando. Queste sono entrate tributarie ingenti che sfuggono dalle permeabili casse del Congo. Peraltro, risulta che relativamente a una bella fetta questi movimenti non sia estranea la complicità di alcuni autorevoli membri della Repubblica democratica del Congo. In più, in questi giorni la posizione diplomatica dell’ambasciatore ruandese a Kinshasa è in bilico.

In questo cronico complesso sistema politico e economico, la Monarchia belga avrà l’autorevolezza per intersecarsi costruttivamente in dispute etniche, diplomatiche ed economiche della sua ex colonia, o si adopererà solo per ricavarsi una migliore leadership in quella miniera globale che è il Congo? Complesse interferenze, difficili ricordi da dimenticare, che rendono soggettivi i confini, variabili gli interessi, cangianti le motivazioni. Ma che si coagulano intorno al commercio di minerali preziosi e al traffico dell’oro.