Quando la musica fa ridere…

La musica è un linguaggio, e, come una buona barzelletta, qualche volta, con le sue… battute (è proprio il caso di dirlo), riesce a far sorridere.

Dove nasce l’umorismo, nella vita di tutti i giorni? Con l’imitazione della voce di una persona, di un verso di un animale, di un comportamento di qualcuno riprodotto con intenzionale goffaggine; attraverso l’evidenziazione dello scarto fra la realtà e la sua riproduzione, fra il modello originale e la sua imitazione, si riesce a creare uno “sconcerto” che muove al riso.

In fondo una caricatura altro non è che un ritratto deformato, ma che ha origine dalla realtà e dai tratti di un viso che si è studiato fin nei minimi particolari e di cui si è scelto di esaltare perfidamente i difetti.

La musica, per forza di cose, non può andare tanto per il sottile e deve necessariamente giocare sull’onomatopea, ovvero, deve imitare i suoni con altri suoni.

Uno degli esempi più celebri di imitazioni di animali in musica, oltre a quelle presenti, con intento più squisitamente narrativo, in “Pierino ed il Lupo” di Prokofiev, è senz’altro il “Duetto dei Gatti” che la tradizione vorrebbe attribuire a Rossini, ma che in realtà è il risultato – pubblicato nel 1825 – di un astuto assemblaggio del compositore inglese Robert Lucas de Peatsall di due brani tratti dall’”Otello” (1816) di Rossini, vale a dire parte del Duetto Otello-Jago del II atto e parte della Cabaletta dell’aria “Ah, come mai non senti” di Rodrigo, e della Katte-Cavatine del compositore danese Christoph Ernst Friedrich Weyse (1774-1842).

Il testo? Solo “Miau”… Divertitevi con questa divertentissima interpretazione, che fa dimenticare l’incoerenza del brano dal punto di vista meramente compositivo.

https://www.youtube.com/watch?v=9Vt-LyL_wqI

Il prolifico Telemann, nella sua “Alster Ouverture” in fa maggiore (1725), aveva inserito il “Concerto delle rane e dei corvi” con degli effetti decisamente realistici e sorprendentemente moderni che infondono un senso di buonumore in chi lo ascolta, come potrete constatare anche voi dal minuto 8:30 di questo video:

https://www.youtube.com/watch?v=6wj1In5kRsk

Ancor prima il bolognese Adriano Banchieri (1568-1634) si era ispirato al mondo animale con il suo “Festino nella sera del Giovedì grasso” (1608), nel “Contrappunto bestiale”, un titolo che è tutto un programma.

https://www.youtube.com/watch?v=UHeCpq3R5G0

Più raffinato il Divertimento K.522 Ein Musikalischer Spass (1787) di Mozart, vera e propria parodia di un compositore inetto e pasticcione, che, nel primo movimento, ripete all’infinito un tema del tutto insignificante senza darne un degno sviluppo, nel Minuetto fa suonare ai corni incisi degni più di una musica da circo, nell’Adagio fa sdilinquire il violino solista, che, dialogando con l’orchestra in modo affettato e del tutto artificioso, produce un deciso effetto comico. Ma è nel Finale che Mozart raggiunge un effetto sconcertante ed unico, per la sua epoca: dopo un’esposizione costruita su un tema volutamente banale e scontato, sviluppato senza alcun rispetto delle regole formali della composizione, l’orchestra (quintetto d’archi e due corni) conclude il brano con un accordo frutto della sovrapposizione di più tonalità: una dissonanza in piena regola, un finale volutamente disastroso ed irresistibile nella sua comicità.

Vi garantisco che la prima volta che un ascoltatore ignaro si imbatte in questo brano, anche oggi, sgrana gli occhi ed esclama: “Ma qui l’orchestra ha sbagliato…!”

https://www.youtube.com/watch?v=lLjRDlnbyOw

Che Mozart fosse un simpaticone, lo attestano tutti i suoi biografi e lo testimonia il suo Epistolario, ma anche la sua musica fa capire quanto fosse sviluppato il suo senso dell’umorismo.

Un esempio di questa vena ironica è il Quartetto “Caro mio Druck und Schluck”, con un testo scritto in italiano ed in tedesco dallo stesso Mozart, che prende in giro i sospiri, le espressioni affettate e le esagerazioni dell’opera: i protagonisti sono lo stesso musicista, la moglie Kontanze e due loro amici. Ecco qualche passaggio: Konstanze:  Caro mio Druck und Schluck/ Caro mio Schluck und Druck/, Ti lascio, oh Dio! kugelrund,/  Che affano! a Loth ist ka Pfund. / Quello l’adira,/ Wir können nix dafüra,/ Cara Cobotchi,/ Pietà, es ist schon achti,/ Un pò di carità,/ Sonst machen ma … ! a, a, a. Mozart: Cara mia bagatellerl,/ Io parto, tu resti, Spitzignas,/ Oh Dio! tu resti, Spitzignas,/ Che pena! che tormento!/ Wenn’s regnet, ist’s nass./ Quello l’adira,/ Wir können nix dafüra,/ Cara Cobotchi!/ Pietà, es ist schon achti,/ Un pò di carità,/ Sonst machen ma…! a, a, a. (…)

Un testo senza capo né coda che è una vera e propria parodia del linguaggio dell’opera.

https://www.youtube.com/watch?v=w37LQRWLUGc

Nel Canone di Mozart, Difficile lectu mihi Mars et jonicu difficile (K 559), il gioco di parole in latinorum (ovvero pseudo-latino) con la musica diventa decisamente osceno, tanto che questa composizione, come altre dello stesso genere, per l’autorevole musicologo Paumgartner, è “l’equivalente musicale delle lettere alle cuginetta”, che come sappiamo, era la destinataria di pensieri non proprio innocenti da parte del grande Salisburghese.

Il baritono Johann Nepomuk Peyerl (1761-1800), uno degli interpreti di questo Canone, aveva dei forti difetti di pronuncia ed il testo lectu mihi mars, a lui destinato, con il suo accento bavarese doveva risultare all’ascoltatore leck du mich im Arsch, ossia leccami il sedere. (Ho usato un’altra parola…)  Anche la parola jonicu, ripetuta velocemente durante il canone e sfalsata nella sua sillabazione distribuita fra le tre voci, risulta “cujoni”. Chiaro, no?

https://www.youtube.com/watch?v=sTRlabuB64s

Ma se volete davvero sganasciarvi dalle risate, dovete ascoltare il soprano Florence Jenkins (1868-1944) nell’interpretazione della celebre aria della Regina della Notte da “Il Flauto Magico” di Mozart… https://www.youtube.com/watch?v=qtf2Q4yyuJ0

No, amici lettori, non è uno scherzo: quella che avete ascoltato è una registrazione vera e la cantante che avete potuto “apprezzare” in questa esibizione ha ispirato un film con Meryl Streep, che uscirà presto nelle sale cinematografiche.

Il sedicente soprano Florence Jenkins intraprese la carriera di cantante nel 1909, sebbene molti l’avessero saggiamente sconsigliata.

Infatti, quando Florence riusciva ad azzeccare una nota, era già una festa, e talvolta, sfidando le leggi delle probabilità, non ne intonava correttamente nemmeno una…

Eppure, incredibile ma vero, il pubblico l’amava perché si divertiva ad ascoltare quelle che, dopo le personalissime interpretazioni del soprano, risultavano essere delle vere e proprie parodie di famose arie, completamente stravolte ed irriconoscibili.

La Jenkins era convintissima delle sue doti canore e quando le sue stonature ed i suoi errori di ritmo venivano sottolineati dai critici, lei, senza scomporsi, riteneva questi giudizi frutto della gelosia e dell’invidia. Del resto l’imperturbabile Florence era solita vantarsi:

“La gente può anche dire che non so cantare, ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato.”

Niente da obiettare: disarmante nella sua logica.

Va detto che le sue rare esibizioni avvenivano in luoghi che non avevano una grande capienza di pubblico, ed anche per questo i biglietti per i suoi concerti erano molto ambiti: tutti erano curiosi di ascoltare questo vero e proprio fenomeno…

All’età di 76 anni, la Jenkins, su richiesta del pubblico, arrivò ad esibirsi nientemeno che alla Carnagie Hall di New York il 25 ottobre del 1944 con un incredibile tutto esaurito: ovviamente fu un massacro di note e di fraseggi dall’inizio alla fine, senza alcuna pietà per le orecchie degli ascoltatori.

Un mese dopo il suo concerto, però, la controversa artista morì, dopo 30 anni di carriera costellata di stecche e di scempi delle arie di Mozart, Verdi e Puccini, ma nella sempre granitica convinzione di essere una cantante di cui non tutti potevano comprendere la grandezza…

Ed anche questo, a ben pensare, fa sorridere. Di tenerezza.

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