L’eroe dall’Epos classico al mondo moderno

Nella storia della letteratura esistono esempi che suggeriscano un’idea di eroe riconoscibile in maniera universale, tale da permetterci di indicarne una tipologia condivisibile?

Pensiamo alla figura dell’eroe epico tradizionale. Nella letteratura antica tutto il mondo è sullo stesso piano: tutto è scopribile e conoscibile, il destino degli uomini è già noto, la divinità è direttamente accessibile. Manca una dimensione interiore negli uomini, perché nessuno di loro è alla ricerca di un proprio personale percorso esistenziale. La loro anima e ciò che li circonda sono fatti della stessa sostanza. Non esiste quindi una vera individualità negli uomini né una differenza qualitativa tra di loro perché omogenea è la realtà in cui essi vivono. In questa realtà la comunità è una totalità organica che persegue un destino comune. L’unico vero “individuo” identificabile in tale omogeneità è proprio la comunità globalmente intesa. Non esiste, quindi, in un contesto simile, la possibilità per il singolo di isolarsi dal gruppo sociale e di porvisi in contrasto.

L’Iliade, ad esempio, non ha un vero protagonista. Non esiste nessun personaggio che spicchi sugli altri. Né si può rilevare una precisa predilezione per una delle due fazioni politico – militari che si scontrano, piuttosto che per l’altra. Se è vero che alla fine saranno gli Achei a vincere, è anche vero, però, che il poema si conclude con gli onori resi da Troia al cadavere arso di Ettore, paladino avversario, nemico acerrimo di Achille e da questi personalmente ucciso. Achille stesso, solo provvisoriamente trionfante, dovrà poi morire per mano di Paride, secondo la predilezione che lo stesso Ettore gli aveva fatto proprio prima di morire. Esiste quindi un destino da cui non ci si può liberare e che comporta una parità sostanziale tra tutti i personaggi. L’impresa gloriosa e di conquista rientra sempre all’interno di un disegno esistenziale predetto e previsto, rispetto al quale essa è subordinata. Ogni eroe non agisce né combatte alla ricerca di un obiettivo personale, ma sempre in relazione a un destino superiore che accomuna tutti. Il rapporto tra individuo e collettività, intesa non solo relativamente al singolo gruppo sociale, ma nell’idea universale di umanità, si configura come una essenziale corrispondenza.

L’Eneide è un poema epico scritto molto successivamente rispetto all’Iliade, in un’epoca storica diversa, quella dell’impero augusteo, all’apogeo della civiltà romana. Alla base dell’Eneide c’è un forte intento politico, a differenza dell’Iliade: l’intenzione dell’autore è quella di dare una giustificazione mitica della nascita di Roma, per legittimarne leggendariamente la superiorità su ogni altra civiltà.  Fondamentalmente uno è però l’elemento di analogia tra l’Eneide e l’Iliade. Enea, che è il protagonista, è eroe perché è colui che porta a compimento un’impresa che coinvolge tutta una comunità, quella romana, che ha in lui la sua figura emblematica. Anche in questo caso, quindi, il personaggio eroico è visto in funzione della collettività, benché si tratti di una collettività dai confini ristretti alla società romana. Egli è portavoce di istanze comuni ed agisce per il bene di tutto un popolo.

 

È nell’epoca moderna che si evidenzia, invece, un cambiamento sostanziale nell’immagine dell’eroe perché a partire da un determinato momento nella storia, la configurazione antropologica all’interno della società e a livello esistenziale in genere, è cambiata. Il mondo ha perso la sua solidità e la sua coerenza e si è fatto instabile. La realtà è diventata inospitale per l’uomo il quale non trova più, all’esterno, le condizioni esistenziali per una vita che segua un destino e una strada certi. L’eroe moderno non si “realizza” più nella vita reale. La sua è una condizione di smarrimento, in un mondo eterogeneo e insensato. In una realtà siffatta, priva di un destino comune conosciuto e certo, l’uomo deve cercare all’interno di sé il senso della vita. Egli ha maturato una sua specifica dimensione psicologica che lo rende individualmente diverso da tutti gli altri uomini. Si può dire che con l’epoca moderna la dimensione stessa che identifica istituzionalmente l’idea di eroe viene smarrita. E questo perché non c’è più un obiettivo, nella vita, che accomuni tutti gli uomini nella lotta per il suo raggiungimento. L’uomo non può farsi più modello per gli altri perché ognuno, nella vita, è alla ricerca di qualcosa di diverso. Quando si colloca nella storia questo momento di cambiamento tra passato e presente? Continuiamo l’excursus.

Nel Medioevo la figura dell’eroe che viene esaltata è quella dei protagonisti dei poemi cavallereschi, rappresentanti eccellenti di una collettività che si identifica nei valori della Patria e della Cristianità. L’Umanesimo ripropone i modelli del passato, esempi eccellenti di virtù morali e fisiche. Nel Cinquecento, e poi nel Seicento, avviene una decostruzione della tipologia tradizionale dell’eroe. I personaggi della Gerusalemme liberata di Tasso seguono vicende giostrate attorno a impulsi soggettivi che li proiettano verso il raggiungimento di mete che non sempre coincidono con quelle della collettività di appartenenza. Tancredi, ad esempio, vive un’esperienza estremamente drammatica. L’amore per Clorinda, paladina saracena, lo proietta alla ricerca di un destino impossibile che rischierebbe di metterlo individualmente in contrasto con i Cristiani, della cui fazione egli è uno dei rappresentanti più significativi. Nella Liberata tassiana, tuttavia, la centralità dell’obiettivo comune non viene smarrita. Lo scopo fondamentale intorno a cui ruotano tutte le vicende secondarie, che riguardano i singoli personaggi, è sempre la conquista di Gerusalemme. Il poema si conclude con la vittoria finale dei Cristiani e con l’esaltazione e la celebrazione dell’ideale comune che muove tutta la società.

Nel Settecento, l’azione degli intellettuali è distruttiva nei confronti dei modelli tradizionali. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, contemporaneamente alla Rivoluzione francese, si assiste a un ricco proliferare di esaltanti immagini di eroi; il Romanticismo è l’epoca del definitivo decadere dell’immagine dell’eroe tradizionale.

È nell’epoca romantica che l’uomo verifica l’impossibilità di condurre vittoriosamente un’impresa nel mondo. Nell’Ottocento l’individualità e la soggettività del personaggio assumono una valenza assoluta. È con la letteratura dell’Ottocento che si introduce la figura del “perdente”.

Dopo il fallimento della Rivoluzione francese, e con la caduta degli entusiasmi napoleonici, ogni sentimento eroico perde la possibilità di concretarsi in un atto oggettivo di lotta o di scontro. L’azione pratica e l’aspirazione all’impresa liberatoria risultano inattuabili. Il contrasto tra ideale e reale assume una configurazione tragica irrisolvibile. L’uomo che si colloca in questa realtà e che aspiri alla composizione di un’equilibrata unione tra interiorità ed esteriorità fallisce. Figura emblematica è, in tal senso, il personaggio di Jacopo Ortis.

In Foscolo c’è una forte tensione tragica all’urto e allo scontro. Jacopo rappresenta il ribelle solitario che, diverso dagli altri, mosso da un’insistente volontà di combattere per una giusta causa, non cede a un mondo in cui l’unico modo di imporsi è quello della violenza e della crudeltà, mosse dall’aspirazione soggettiva ed egoistica al potere. La conclusione tragica cui egli perviene è quella della morte.

In quanto figli diretti di quest’epoca dobbiamo allora rassegnarci al destino di non potere credere più negli eroi?

 

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