Quando Verdi divise l’Italia

Giuseppe Verdi non è stato solo un compositore, per l’Italia.

E’ stato ed è tuttora il simbolo dell’unità della parte più bella e più sana del paese: W VERDI era la scritta che ai tempi del Risorgimento non era solo la testimonianza d’amore verso un grande della musica, ma era anche l’acronimo di Viva Vittorio Emanuele Re DItalia. Il coro del Nabucco, il celebra Va’ pensiero, che qualcuno vorrebbe come inno nazionale italiano al posto di quello di Mameli, fu salutato con ovazioni ed applausi a non finire, perché tutti vedevano nel popolo ebreo dell’opera, in cammino verso la terra promessa, lo stesso popolo italiano defraudato della propria autodeterminazione ed in cerca della propria indipendenza.

Il 27 gennaio 1901 moriva Giuseppe Verdi: il 2001, a cento anni dalla scomparsa del grande maestro, fu l’anno delle celebrazioni verdiane, inaugurate alla Scala dal Trovatore diretto da Riccardo Muti, che per l’occasione propose l’opera rivista filologicamente. Questo comportò il taglio del celeberrimo do di petto della cabaletta del III atto, vera spina nel fianco dei cantanti, ma anche momento attesissimo dal pubblico e dai critici.

In realtà Verdi non scrisse mai questo famoso do di petto: il responsabile di questo acuto, universalmente accettato da numerosi altri interpreti verdiani, fu il tenore di Firenze, ma di origini francesi, Carlo Baucardé, che, durante la prima fiorentina del Trovatore, arrivato alla famosa cabaletta “Di quella pira”, sparò un acuto che scatenò l’entusiasmo del pubblico. Era il 1853: da allora il Trovatore non è il Trovatore senza il famoso do di petto, anche se non tutte le edizioni dell’opera lo riporteranno, nel corso della sua storia.

La prassi di inserire in un’opera note estranee alla partitura originale del compositore non era inusuale, quindi nessuno si scandalizzava di questa abitudine dei cantanti di adattare la musica alla propria voce ed alle proprie possibilità tecniche. Probabilmente neppure Verdi, visto che non si lamentò mai del cambiamento operato alla cabaletta di Manrico.

Nella storia dell’opera troviamo cantanti che, impossibilitati ad arrivare con sufficiente tranquillità al do, hanno proposto un si naturale, vale a dire mezzo tono sotto, come Gino Penno, ma anche cantanti che hanno riscattato una prestazione mediocre, se non addirittura incerta, proprio grazie all’acuto nella cabaletta riuscito alla perfezione.

La sera di S. Ambrogio del 2001, alla Scala, Muti soppresse l’acuto, e qualcuno dal loggione mostrò di non gradire, nonostante l’esecuzione fosse stata conforme allo spartito scritto di pugno da Verdi. Per questo i puristi, amanti dell’esecuzione filologica, si schierarono con Muti, mentre gli altri, affezionati ad una prassi esecutiva e ad una tradizione ormai consolidata, criticarono anche aspramente questa scelta.

E per una volta Verdi, simbolo dell’unità italiana ai tempi del Risorgimento, ha diviso l’Italia.

1 commento su “Quando Verdi divise l’Italia

  1. Adoro Verdi. Ascolterei la sua musica e vedrei le scene delle sue opere ininterrottamente. Verdi è stato un Protagonista assoluto del nostro Risorgimento. È un simbolo autorevole dell’Italia migliore, di cui tutti gli italiani debbono essere orgogliosi. Verdi è la locomotiva trainante per trasformare l’Italia nella “Capitale mondiale del Bello”, istituendo un Teatro dell’Opera e polivalente in ogni Comune. Grazie al nostro Maestro Stefano Burbi che ci insegna tantissimo sugli aspetti interiori e sullo spirito che anima il mondo incantevole della musica che abbraccia l’insieme dell’esistenza umana in tutta la nostra Storia.

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