Non si può piacere a tutti

Diceva una famosa canzone degli anni Sessanta del simpatico cantautore francese Antoine:

“Se lavori ti tirano le pietre/ non fai niente e ti tirano le pietre/ il giorno che vorrai/ difenderti, vedrai/ che solo pietre in faccia prenderai/ Se sei bianco ti tirano le pietre/ se sei nero ti tirano le pietre/ al mondo non c’è mai qualcosa che gli va/ e pietre prenderai senza pietà/ e sarà così finché vivrai”.

Anche nel campo musicale è sempre stato così: un compositore scrive per essere ascoltato dal maggior numero di persone possibile e spera sempre di incontrare vasti consensi, ma le critiche sono dietro l’angolo e sono inevitabili.

Lo stesso Mozart, seguendo il consiglio del padre di compiacere sempre il pubblico e di evitare di scrivere brani troppo difficili, ci dice che alcuni dei suoi concerti per pianoforte erano stati pensati non solo per gli intenditori, ma soprattutto per venire incontro al gusto allora imperante.

In genere il compositore contemporaneo, impegnato nella ricerca e nella sperimentazione, non cerca il “facile” consenso e non modifica il suo modo di esprimersi nemmeno quando si accorge di non essere seguito come sperava, perché ritiene – chissà perché – che il pubblico abbia il preciso dovere di capire le sue composizioni, e, se ciò non succede, crede di essere trattato ingiustamente, rivelando di essere affetto dalla sindrome del genio incompreso. Infatti, alcuni pensano, a torto, che Mozart e Beethoven fossero a loro volta degli incompresi dai contemporanei, ignorando evidentemente che il primo era popolarissimo anche quando era vivo, tanto che a Praga, ad esempio, le arie delle sue “Nozze di Figaro” venivano cantate per la strada come delle vere e proprie hits di oggi, e ai funerali del secondo, a Vienna, partecipò una folla sterminata, già allora consapevole di salutare un grandissimo genio.

Questo atteggiamento di fiduciosa attesa di un riconoscimento, anche se non immediato, può però essere assunto solo da chi può contare sul rassicurante stipendio che gli deriva da una cattedra di armonia o composizione, come, ad esempio, l’inventore della dodecafonia, Arnold Schoenberg, che dal 1903 fu professore di armonia e contrappunto a Vienna e continuò a insegnare lungo tutto il corso della sua vita.

Se oggi un compositore scrive in modo “difficile”, trova tiepide accoglienze da parte del grande pubblico, al quale forse nemmeno è interessato, ed al quale, fra l’altro non “arriva”;  se invece un musicista decide di scrivere in modo comprensibile e, per così dire, “tradizionale”, riceve feroci critiche da parte di intellettuali e critici, spesso un po’ snob: Nino Rota, se fosse ancora fra noi, lo confermerebbe, perché al tanto oggi celebrato autore delle colonne sonore dei film di Fellini, del “Gattopardo” e del “Padrino”, negli anni dei più oltranzisti sperimentalismi musicali, non fu mai perdonato quel suo modo di scrivere così legato alla tonalità ed alla tradizione.

Recentemente, qualcuno si è scandalizzato quando il regista Quentin Tarantino ha paragonato Ennio Morricone a Mozart e a Beethoven: chi mi segue su queste pagine, sa come la penso e non si sorprenderà se dirò che io, invece, a queste parole, non mi sono assolutamente scandalizzato.

Nel 2016, qualcuno insorse, sulle pagine di Facebook, e non solo,  per la relativamente scarsa eco registrata per la scomparsa del novantenne compositore d’avanguardia e direttore d’orchestra Pierre Boulez, mentre rimase sorpreso dallo scalpore e dal cordoglio unanime che, 5 giorni dopo, accompagnarono (giustamente) la morte a soli 69 anni di David Bowie, una stella della musica che ha ipnotizzato più di una generazione con le sue canzoni e con i suoi atteggiamenti anticonformisti. Difficile negare che David Bowie, che suonava benissimo diversi strumenti e componeva usando un linguaggio magnetico e comprensibile a tutti, abbia segnato la Storia della Musica fin dagli anni Sessanta, difficile pensare che canzoni immortali come “Starman”, “Heroes”, “Life on Mars” non abbiano toccato il cuore anche di chi ha orecchie “educate”. Impossibile non commuoversi ascoltando “Lazarus”, nel suo ultimo album testamento, uscito solo due giorni prima della sua morte,  in cui racconta i pensieri di un uomo che sa che presto dovrà lasciare questo mondo.  Francamente mi sembra assurdo che qualche musicista di nicchia, certamente rispettabilissimo per le sue scelte culturali fino a quando queste non diventino un dogma che deve valere per tutti, salga sul piedistallo e parli di “povertà spirituale” e di “pochezza culturale”  da parte di chi piange Bowie e  – ma perché mai questo confronto? – non esprime lo stesso cordoglio per Boulez.

Mi sembra difficile poter accettare la posizione di chi vorrebbe imporre il proprio modello culturale e, forte di una pretesa, immotivata ed improbabile superiorità morale ed intellettuale, decida chi è davvero grande e chi no, ed addirittura chi si deve piangere e chi no. 

Il compositore d’oggi, da una parte, rischia di essere banale e di ripetere cose già dette, ma, dall’altra,  rischia invece di ridurre tutta la sua produzione ad un’estenuante sperimentazione e ad un’eterna ricerca, alla fine della quale, però, ci si aspetterebbe che si sia trovato qualcosa, cosa che però pare non avvenga, visto che, per qualcuno, almeno, la ricerca… continua.

Ed anche la ricerca può diventare banale e ripetitiva.

In realtà la saggezza di un versetto della Bibbia ,“Niente di nuovo sotto il sole”, e la dotta riflessione di Lavoisier, il padre della chimica, ”Niente si crea, niente si distrugge”, ci fanno dubitare se la creazione di qualcosa di veramente nuovo non sia che una mera illusione…

Ovviamente la musica si è evoluta anche grazie al coraggio di osare da parte di compositori innovatori, questo è innegabile, ma se può essere ritenuta pacifica e naturale l’esigenza di cambiamento, ci si deve interrogare se si possa parlare di progresso solo se si trasgredisce e si rinnega, a prescindere, la tradizione o se invece si debba lasciare libera la coscienza dell’artista senza costringerlo in schemi che, a parole, si dice di volere rivoluzionare, ma che, nei fatti, si vorrebbero solo sostituire con altre gabbie, costruite, se possibile,  con sbarre ancora più fitte.

Insomma, se si arriva a sostituire il pregiudizio (semplificando, “la musica “tradizionale” è vecchia e non è interessante”) con un altro pregiudizio (“la musica “difficile” è l’unica che sia colta e che valga la pena di scrivere e di ascoltare”), allora forse qualcosa non torna.

In fondo, non siamo forse stati attratti anche dalla cucina molecolare o dalle raffinate ricette della nouvelle cousine per poi arrivare alla conclusione che c’è più gusto nella vecchia e rassicurante carbonara o nella semplice ma gustosa pasta al pomodoro fresco, magari arricchita da qualche nuovo dettaglio che però non stravolge i sapori tradizionali?

Spesso ai concerti di musica contemporanea il pubblico è costituito quasi esclusivamente dagli stessi compositori che si lodano a vicenda (quanto sinceramente, a dire il vero, non lo so).

L’arte in generale, e figuriamoci poi la musica, dovrebbe essere destinata a tutti ed arrivare a tutti, ma il rischio, concreto e reale, è che il compositore, oggi, dalla sua torre d’avorio, sia fiero di farsi capire da pochi, a loro volta fieri di dichiarare di capire quello che, se lo capiscono in pochi, deve essere allora per forza intelligente ed interessante.  Ma non è sempre così.

A scanso di equivoci, onde evitare che qualcuno legga nelle mie parole un attacco indiscriminato a tutti i musicisti contemporanei che optano per una scelta estetica diversa dalla mia, e che quindi anch’io eserciti una sorta di snobismo culturale alla rovescia, cosa da cui mi guardo bene, dichiaro a gran voce che ci sono ovviamente dei compositori contemporanei che stimo ed apprezzo e con cui, fra l’altro, sono in ottimi rapporti di amicizia. Quello che mi permetto di criticare con forza è l’atteggiamento da parte di qualcuno, che, credendosi depositario della verità, esclude che altri possano godere di quella dignità di artisti che rivendica solo per se stesso…

Credo fermamente nella libertà assoluta di espressione, senza snobismi, preconcetti o pregiudizi: nella musica, come in qualsiasi altra arte, in ultima analisi, alla fine è sempre solo una questione di gusto e di buon senso, e come appunto si diceva all’inizio, comunque ognuno di noi è destinato ad essere bersaglio di critiche, qualsiasi cosa faccia, dica o scriva, soprattutto nell’era dei social networks, perché non si può piacere a tutti.

E chiudo con la consapevolezza – serena e pacifica – che anche questo mio intervento potrà non andare a genio a qualcuno: pazienza, l’ho messo in conto. Ma, siatene certi, me ne farò una ragione.

1 commento su “Non si può piacere a tutti

  1. Bellissimo e condivisibile articolo. Grazie Stefano. Sono convinto che sia per quanto riguarda la cosiddetta musica classica sia per la musica leggera, quello che piace è ciò che arriva al cuore delle persone. Come mai si ascoltano ancora oggi brani di compositori del ‘700 e dell’ ‘800? Come mai, per quanto riguarda la musica leggera, sono ancora in voga canzoni degli anni ’60 e ’70 mentre, a quel che mi risulta, i brani degli ultimi decenni, salvo dovute eccezioni, durano un battito di ciglia?

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