DAVIDE MARIA ROSARIO FICARRA: “L’Umanesimo civile italiano alla scoperta della socialità: la disciplina morale su cui si fonda l’idea di patria”

Alla base della cultura occidentale sta il principio secondo cui esiste una corrispondenza diretta tra gli elementi del creato e le potenzialità conoscitive del cervello umano, che a essi si relaziona per comprenderli e assumerne possesso intellettivo.

La razionalità della natura ha come corrispettivo la razionalità della mente umana: in virtù di questo elemento di comunione è attuabile l’atto di comprensione attraverso il quale la mente dell’uomo è legittimata ad approcciarsi alla realtà.

Eredità storica dell’antichità greca, questo sostanziale elemento di identità tra oggetto da conoscere e soggetto che conosce impronta di sé la storia del pensiero medievale e moderno. Si tratta del concetto di logos, che individua un’omogeneità costitutiva tra le cose del mondo a fondamento del criterio stesso attraverso il quale decodificare, della realtà, fatti e informazioni.

L’antichità classica è improntata sulla conoscenza in quanto sostanza dell’esistenza stessa dell’uomo. L’insegnamento della cultura greca ereditato dagli uomini occidentali è che il senso della presenza stessa dell’uomo nel mondo sia quello di conoscere, cioè di porsi nei confronti di tutto quello che lo circonda allo scopo di acquisirne consapevolezza.

Si tratta di un indirizzo di pensiero che sostanzia la dimensione teorica della vita come preminente su quella pratica. L’esperienza culturale della Grecia antica ha fornito un contributo fondamentale per l’affermazione della superiorità del pensiero sull’azione.

La finalità più alta dell’esistenza dell’uomo è data dal suo tendere alla conoscenza, prima di sé (“conosci te stesso”, “temet nosce”, secondo la massima riportata dall’iscrizione nel tempio di Apollo a Delfi e secondo il messaggio al centro della filosofia di Socrate), poi delle idee stesse, che sono sostanza del Creato (secondo l’ideale di Platone) e poi come aspirazione a dominare il pensiero stesso, al centro di tutta l’esistenza.

L’esperienza di Roma e il messaggio cristiano determinano una rinnovata prospettiva di apertura alla dimensione pratica della vita. La storia romana è la storia della civiltà del diritto. L’umanità ha ereditato il grande patrimonio della cultura romana proprio in quanto insieme di leggi razionalmente elaborate per venire incontro a una civiltà tutta rivolta alla vita pratica.

Il Cristianesimo, poi, ha rappresentato il momento a partire dal quale si è superata quell’ottica individualistica ed egoistica attraverso cui si inquadrava l’esistenza nelle epoche antiche, in virtù di un atteggiamento di altruismo e di rispetto del prossimo che dà un senso alla vita del singolo uomo.

La Cristianità ribalta i parametri dell’esistenza rendendo l’io responsabile del proprio agire nel mondo e riconoscendogli la libertà di doversi guadagnare la salvezza operando. L’agire virtuoso, nella pratica, è necessario per conquistarsi la vita eterna.

Il riconoscimento del potere individuale di determinare il proprio destino comporta uno spostamento degli equilibri esistenziali. Si passa da un atteggiamento basato sulla passività dell’atto conoscitivo, rinunciatario rispetto all’azione, a un agire nel mondo votato alla pratica.

Giovanni Pico della Mirandola nell’Oratio de hominis dignitate ragiona appunto sulla “dignità dell’uomo”. Dando la parola all’Artefice del mondo e dell’esistenza, immaginando che Egli si rivolga al primo uomo sulla Terra, Pico della Mirandola fa pronunciare a Dio le seguenti parole: «[…] Ti ho messo al centro del mondo perché di lì più agevolmente tu possa vedere, guardandoti intorno, tutto quello che nel mondo esiste. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché tu, come se di te stesso fossi libero e sovrano creatore, ti plasmi da te secondo la forma che preferisci. Tu potrai degenerare abbassandoti sino agli esseri inferiori che sono i bruti, oppure, seguendo l’impulso del tuo animo, generarti elevandoti agli spiriti maggiori che sono divini».

L’uomo risulta cioè artefice del proprio destino ed è autonomo nei propri comportamenti e nelle proprie scelte. Di lui si privilegia la virtù sulla fortuna e la dimensione dell’agire sulla contemplazione. La superiorità dell’uomo rispetto a tutto il resto del creato è data dalla sua capacità, in potenza, di innalzarsi alla dimensione della divinità e di diventare, secondo il proprio volere, ciò che egli preferisce.

Nel suo L’Umanesimo italiano Eugenio Garin, filosofo e docente vissuto nello scorso secolo, riconosce alla lezione francescana la responsabilità di aver dato l’impulso principe all’affermazione della cultura moderna. La spiritualità religiosa al centro del messaggio di San Francesco d’Assisi si caratterizza per un rapporto di stretta vicinanza tra l’uomo e Dio.

Secondo la visione francescana la divinità è presente in tutto il Creato e l’uomo è collocato, nel mondo, all’interno di una realtà in cui, senza rinunciare alla corporeità, egli ha la possibilità di cogliere la religiosità nell’immanente, circondato dalla natura. Anzi, è proprio l’accoglimento dell’armonia della natura che mette l’uomo nelle condizioni di apprezzare la bellezza e la sacralità dei corpi e della fisicità.

L’Umanesimo rappresenta un fondamentale momento di maturazione a livello educativo della coscienza italiana. Lo stesso Garin scrive che l’umanesimo non è riducibile semplicemente alla spinta allo studio grammaticale e retorico fine a se stesso. Il fatto che si sia verificato uno slancio verso la specializzazione scientifica delle discipline tecniche di studio dei testi del passato non impedisce lo sviluppo di una consapevolezza culturale e ideologica di tipo più ampio.

In Educazione umanistica in Italia Garin giunge anzi ad affermare che la vera filosofia degli umanisti è la filologia. Nello studio del passato e nel ripristino dei testi classici Garin rileva come gli umanisti siano stati filosofi.

Il fatto che gli studiosi puntino a ripristinare i testi classici secondo la loro lezione originaria rappresenta una novità straordinaria nella storia della cultura. L’obiettivo di ricostruire il passato comporta, allo stesso tempo, il proposito di allontanarlo. Ricollocare i fatti culturali nel momento in cui essi si sono verificati significa percepire da loro un’opportuna e costruttiva distanza storica.

Riconoscere una precisa identità al passato pone nelle condizioni di maturare la capacità di dialogare con quel passato e di mettersi nella prospettiva di crearsi una propria identità. È proprio con l’Umanesimo che si conquista questa prospettiva storica. Il confronto col passato, impostato in senso dialogico, permette la crescita di una propria personalità identitaria e culturale autonoma.

Non è nella riscoperta della classicità che si intende la grande novità della cultura umanistica. Si può dire, anzi, che lo studio del passato, posto in termini di erudizione culturale, abbia rappresentato una linea di sviluppo costante nel corso del Medioevo.

In quei secoli, però, i classici erano stati assorbiti all’interno della dimensione cristiana che li aveva alterati, dandogli un’identità fittizia. Il confronto coi classici non era avvenuto ma si era affermato un proposito di lettura che ne aveva sortito un appiattimento.

È proprio il valore morale che sottostà all’atteggiamento di studio critico del passato a rappresentare la novità ideologica e metodologica introdotta dall’Umanesimo. La consapevolezza critica della propria condizione umana smentisce la precettistica medievale e determina come superato del tutto l’atteggiamento di subordinazione all’autorità delle grandi personalità del passato.

È il modo in cui gli studiosi umanisti si pongono nei confronti dell’antichità a rappresentare la conquista di una nuova prospettiva scientifica e di una nuova disciplina che sottostà allo studio e alla ricerca, aprendo alla modernità. Cambia l’atteggiamento con cui si studiano i testi del passato, invero già conosciuti nel Medioevo.

Enorme è il portato civico che si accompagna alla novità di questo insegnamento. Riconoscere al contempo libertà di autodeterminazione all’individuo e metterlo nelle condizioni di aprirsi all’incontro con gli altri attraverso una riacquisita centralità della dimensione pratica della vita, significa ribadire la sua partecipazione diretta al mondo e il bisogno di riscoperta, nella socialità, della dignità umana.

L’interesse rivolto a rinnovare i rapporti umani e a costruire la vita civile è un carattere determinante che connota il pensiero italiano così come si sviluppa in epoca umanistica. Diversi saranno gli esempi a cui poter far capo a proposito dell’urgenza di vivere e di agire partecipando direttamente alla dimensione civile dell’esistenza (Niccolò Machiavelli, Giambattista Vico, ecc.).

Emblematica appare in particolare la testimonianza di Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze alla fine del XIV secolo, il quale afferma con robusta determinazione il proposito di anteporre la propria partecipazione diretta ai fatti del tempo, a discapito della speculazione astratta e degli agi dello studio condotto isolandosi dalla realtà.

Rifiutatosi di allontanarsi dalla città di Firenze durante il Tumulto dei Ciompi o nei periodi di pestilenze, Coluccio Salutati dichiara, nel suo De nobilitate legum et medicinae, di «[lasciare] volentieri, senza invidia e senza contrasto, […] a chi alza al cielo la pura speculazione, tutte le altre attività, purché [a se stesso] si lasci la cognizione delle cose umane».

Ecco quindi qual è il proposito dei nuovi intellettuali umanisti italiani a cavallo tra XIV e XV secolo, quello cioè di non allontanarsi dall’azione e, come ancora dice Salutati, «che ogni mia azione giovi a me, alla famiglia, ai parenti e, cioè che è ancor meglio, che io possa essere utile agli amici e alla patria e possa vivere in modo da giovare all’umana società con l’esempio e con l’opera».

La dimensione della socialità si afferma, per gli umanisti, sin dai primi nuclei costitutivi della comunità che trova appunto nella famiglia il fondamento di tutta la società. L’idea di agire e di lottare per la patria è l’esatto opposto di ogni egoismo.

L’Umanesimo rivela il suo insegnamento morale più costruttivo proprio nel riconoscimento di un valore civile fondante rispetto alla maturazione dell’idea di patria. Si definisce proprio Umanesimo “civile” quella prima fase di tale movimento culturale, nella quale si stabiliscono gli elementi di una moralità su cui si fonda l’idea di “patria”.

La vita umana deve essere educata a maturare una disciplina morale che si concretizza nella partecipazione alla vita dello Stato e del governo. La dimensione politica è il risultato di una ricerca della felicità che vede nel bene comune e nella collettività la felicità individuale sussunta a un livello più alto.

La Città e lo Stato rappresentano le due sfere all’interno delle quali è possibile ottenere e conservare quella felicità che ogni individuo auspica di realizzare. L’uomo non può bastare a se stesso. Per raggiungere quella compiutezza che egli in sé non ha, è necessario accedere alla dimensione della socialità. Come afferma Leonardo Bruni: «Il bene quanto più ampiamente si estende, tanto più divino deve considerarsi».

7 commenti su “DAVIDE MARIA ROSARIO FICARRA: “L’Umanesimo civile italiano alla scoperta della socialità: la disciplina morale su cui si fonda l’idea di patria”

    1. Se riteniamo condivisibile questo principio umanistico, in fondo, sì. Rendiamoci però conto che da questa idealità oggi siamo lontanissimi. Di certo la rinascita di un senso civico secondo la disciplina morale della cultura umanistica permetterebbe di fondare una società italiana umanamente perfetta.

  1. Grazie Davide. Una profonda e articolata riflessione che parte dal logos, principio ordinatore dell’universo, che ne spiega l’origine a la finalità, attraversa la dimensione speculativa della cultura greca per poi passare ad una visione più pratica della vita nella cultura romana, si arricchisce dell’agire virtuoso del cristianesimo e infine approda a un umanesimo civile che ci richiama alla necessità di un’educazione morale alla partecipazione attiva nella dimensione pubblica. Ecco, penso che oggi la democrazia sia in crisi, e così anche il concetto di patria, proprio perché manca questa educazione a maturare una disciplina morale che individua nella socialità il più alto livello di felicità e che si traduce in interesse, impegno e partecipazione alla vita pubblica.

    1. Ciao Ivano, ti ringrazio. Nel secondo Novecento il tema della patria è trattato in un’ottica più ampia. Nella crisi della socialità che caratterizza il mondo postmoderno, si cerca la ricostruzione della civiltà a partire dal riconoscimento dell’identità individuale. Il Novecento, secolo di cui siamo ancora figli, purtroppo, ha decostruito del tutto il senso di umanità attraverso due guerre mondiali e il rischio della terza, nonché attraverso lo smarrimento relativistico del senso del bene e del male. Purtroppo siamo capitati a vivere nel momento più tragico. Ho scritto diversi articoli in merito a queste questioni contemporanee. Li trovi qui nella rubrica. Un abbraccio!

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